D@ms Cinema Torino | Il blog degli studenti del Dams di Torino

SPAZIO PIEMONTE 4

Spazio Piemonte è un campo da gioco dove dar spazio a registi emergenti alle prime armi, uno spazio che consente alle prime opere di venire proiettate sul grande schermo nel buio della sala cinematografica: il luogo dove nasce la magia del cinema.

  •   “Medee” – 30’ – Carlo Allorio e Giorgio Sabbatini.

L’oggetto dell’opera è una specie di metateatro dove la finzione si intreccia con la realtà. Tutto segue il ritmo del copione recitato dall’attrice che impersona Medea. Sezioni in bianco e nero contrapposte a quelle a colori ci danno l’indicazione di quando stiano mettendo in scena e di quando invece stiano provando l’opera. Nel corso della vicenda però le auliche parole di Medea trovano riscontro anche nelle vicissitudini personali della vita privata dell’attrice. Dove finisce l’immedesimazione attoriale e dove comincia il pensiero personale? Interessante trasposizione delle vicende tragiche di Medea in un contesto contemporaneo dove le parole dei miti si fondono con la realtà dei comuni mortali. Grande recitazione della protagonista e potere totale al testo drammaturgico.

  • “Io non ci casco” – 18’ – Cataldo De Palma.

Un anziano vedovo orgoglioso, tenente degli Alpini in congedo, si trova a vivere la sua semplice vita da pensionato. Ricordando i fasti che furono trascorre la sua esistenza compiendo una vita semplice e abitudinaria. Si sveglia con l’inno italiano e si prepara il caffè, momento sacro della giornata. Ma accade un imprevisto che lo porterà ad essere raggirato da un tecnico approfittatore di caldaie. Questo evento lo farà ricredere minando i suoi principi e portandolo in contatto con la sua anziana vicina, anche lei raggirata. I due avranno modo di contattare la polizia che con una pronta risposta arresterà il venditore di caldaie lasciandogli il tempo di ballare e riscoprire l’amore. Una spensierata storia alla “Carabinieri” o alla “Don Matteo”. Può piacere.

  • “Pianezza Pulita” – 9’ – Joe Inchincoli

Pianezza è un comune nel Piemonte dove il crimine ecologico e le cattive maniere di un vivere in società hanno le ore contate. Infatti un nutrito gruppo di ragazzini si aggira per le vie della città, monitorati da un collega in  una stazione operativa ultra tecnologica, che gli comunica dove avvengono i  misfatti del mal costume. Ne consegue l’esempio giusto di ogni azione che un cittadino modello dovrebbe fare. Divertente cortometraggio che sicuramente dà il buon esempio. Un brivido sulla schiena è vedere bambini “sbirri” che attuano ronde alla “City Angels”.  “Let the children be children”, direbbero gli americani. E un po’, a fine proiezione, lo pensiamo anche noi.

  • “Le Anatre” – 18’ – Antonio Casto

“Discorsi comuni di gente comune si susseguono e s’incrociano al Parco del Valentino, in una serie di sketch progressivamente più grotteschi ed esasperati.” Un cortometraggio fatto bene dove vengono affrontati vari cliché, dai runner incalliti ai manifestanti che protestano per il gusto di protestare. Interessante monologo sull’amore o sulla mancanza di esso di un ragazzo che sa di non sapere cosa poi? Non lo sa neppure lui. Divertente e accattivante. Sono storie di questo genere che, esasperando i cliché puntano il dito verso lo spettatore. Con un sorriso ci si può immedesimare e magari accorgersi che siamo già ridicoli o non poi così tanto distanti dall’esserlo.

  • “Amore D’inverno” – 8’ – Isabel Herguera e Alessandro Ingaria

Bellissimo corto d’animazione con tratti color pastello ed acquarello. Il freddo quadro si contrappone al calore dei contenuti. Grafica interessante e godibilissima la parte delle ombre cinesi in stile lanterna magica. Dimensione onirica, poesia per gli occhi. Bellissima colonna sonora. Un oasi di pace e tranquillità gustata comodamente seduti nella propria poltrona in sala.

  • “I am nobody – 20’ – Ferdinando Vetere e Enzo Dino

“Pietro è un trentenne come tanti; ha un lavoro, una casa e vive un momento felice e sereno con la sua ragazza. Già segnato dalla morte dei genitori in un incidente, si trova ad affrontare una serie di avversità che in poco tempo lo portano a diventare un senza tetto. Quando incontra Daniele tra i due nasce un forte legame di amicizia che insegna a Pietro ad osservare la società da un diverso punto di vista.” Quando si dice essere nel posto sbagliato al momento sbagliato. Al povero Pietro succedono tutte. Ma proprio tutte. La ragazza lo lascia per andare con un belloccio vuoto con il macchinone, il padre di lei, uno stronzo, è felice della vuotezza raggiunta dalla figlia. Perde il lavoro, fa il barbone, soffre la fame e il freddo con il suo amico “clochard” Daniele. Trova un lavoro, vende rose nei ristoranti e al tavolo trova la sua ex ragazza e il bellimbusto. Daniele muore lasciando una nuova visione del mondo. Bel messaggio, non c’è dubbio, ma quando è troppo è troppo. Se poi i dialoghi risultano forzati e le situazioni incastrate a tavolino, tutto cambia. Peccato.

BELLI DI PAPÀ

Milano. Un padre, scontento dell’educazione che ha impartito ai figli, decide di privarli di tutti i benefici che la sua fiorente azienda aveva loro concesso. Facendoli credere latitanti, li conduce nella sua città natale, Taranto, e dopo aver finto un infarto, li obbliga a trovare un lavoro per mantenerlo. Un classico esempio di amore paterno.

Belli di papà è un film che per una volta non incolpa i giovani dell’attuale situazione giovanile. Nessun riferimento politico né alcun risentimento verso un incorporeo Stato. I veri colpevoli sono i genitori. Coloro che hanno concesso ai giovani d’oggi ogni privilegio che a loro avevano negato, che hanno privato di ogni responsabilità la futura generazione, in quanto: << Sono ragazzi >>. Sempre pronti a giudicare ogni inclinazione che non capiscono e a giustificare di fronte agl’altri ogni sbaglio. Vittime del “Io non ho potuto, quindi tu puoi”, approvano le più ridicole scelte universitarie e spiegano ai vicini di casa, con qualche difficoltà, i nuovi lavori che svolgono, dalla leggera pronuncia straniera.

Ma, oltre a puntare il dito verso una classe generazionale di cui  fa parte, il regista Guido Chiesa ci mostra anche come questi ragazzi siano in grado di autogestirsi e responsabilizzarsi, se viene loro concessa l’opportunità di farlo. Forse non sarà la soluzione a tutti i problemi, ma se ognuno di noi desse una possibilità ad un giovane, qualcosa di nuovo ne verrebbe fuori.

L’EQUILIBRIO DEL CUCCHIAINO

Chi è solito guardare molti film, il cosiddetto cinefilo, impara ben presto che non ha alcun senso classificare i film in “belli” e “brutti”. È molto più logico classificarli in film “utili” e “non utili”. Per quelli poi che non considerano l’arte come qualcosa di logico, un film è riuscito, quando trasmette emozioni. Personalmente, essendo una persona pragmatica dal cuore tenero, ricerco entrambi questi fattori, tanto più da un documentario. È una vita dura, ma per fortuna, L’equilibrio del cucchiaino ha rispettato ogni mia più rosea aspettativa.

Un film sul misterioso mondo del circo, visto con un occhio interno. Niente assurdi moralismi sui maltrattamenti degli animali o sulla vita da nomadi: il regista, Adriano Sforzi, racconta la vita di suo zio, Alberto “Bertino” Sforzi, il giocoliere più sottovalutato di sempre. Una vita dedicata all’arte circense, alla stregua di un campione olimpico senza riconoscimenti. Ripercorriamo ogni fase del suo percorso verso la perfezione. Gli esercizi, ripetuti migliaia di volte, le modifiche, la fatica, le difficoltà, i miglioramenti. Il tutto affiancato da una storia d’amore senza tempo con la moglie Ghisi, compagna sul palco e nella vita.

Alle interviste rivolte allo zio e ai parenti, sono affiancate poi le riprese girate dallo stesso Bertino in Super8. Abbiamo quindi l’opportunità non solo di assistere alle sue esibizioni, ma anche di vedere le scene più intime di vita privata. Secondo lo stesso regista, queste riprese, che Bertino aveva abbandonato in un magazzino, erano destinate ad arrivare a lui, così da permettergli di dare nuova luce e vita ad un personaggio che, ai suoi occhi, non ha mai smesso di brillare.

LAVORARE CON LENTEZZA

“Lavorare con lentezza” è un film del 2004 di Guido Chiesa. Da lui stesso sceneggiato assieme al collettivo “Wu Ming” (divenuto celebre per il romanzo intitolato “Q”).  Film drammatic,o presentato al Piemonte Glocal movie film festival nella sezione che omaggia i lavori del regista torinese.

La vicenda si svolge a Bologna negli anni settanta. Gli anni dell’austerity e dei grandi cambiamenti sociali. I movimenti studenteschi sono in pieno subbuglio, gli scioperi nelle fabbriche sempre più frequenti e lo Stato, sotto assedio in un clima di terrorismo politico, usa spesso la repressione dei reparti celere per sedare rivolte e manifestazioni. I nostri due protagonisti sono Sgualo e Pelo, due ragazzi che sognano l’Australia e che non hanno la minima intenzione di scegliere tra le sole opportunità che vivere a Safagna, quartiere periferico est di Bologna, può offrire: diventare carabiniere o operaio. In questo contesto, senza troppi sbocchi verso l’esterno, cercano di campare facendo qualche lavoretto per un ricettatore locale chiamato Marangon. Egli gestisce i suoi affari da un pittorico bar di quartiere della periferia. I due ragazzi si troveranno tra le mani un lavoro molto rischioso,  hanno 8 mesi di tempo per scavare un tunnel tra i cunicoli della Bologna sotterranea per permettere una rapina alla Cassa di Risparmio poco più distante in superficie. Questo compito li porterà a mettere il naso fuori dal loro quartiere e ad incontrare realtà a loro sconosciute. È proprio cercando di dare ritmo alle picconate che inspiegabilmente sotto terra l’unica frequenza captata dalla loro radiolina è quella di Radio Alice. Questa colonna sonora si rivelerà ben presto più di un sottofondo musicale nella loro vita e un cambiamento drastico del loro futuro. Tutto inizia con la prima visita all’emittente Radio Alice, fuori da ogni schema, nella storica sede di via del Pratello, e nel frattempo i Carabinieri indagano…

Le trame dei personaggi scorrono inizialmente su binari paralleli per poi unirsi piano piano nel corso della vicenda in un unico punto d’incontro dove gli eventi li rendono interpreti dello stesso quadro. Ho notato una tendenza registica a creare espedienti narrativi anti convenzionali in particolare  nei monologhi dove l’audio tira diritto per la propria strada in maniera autonoma dalle immagini. Davvero notevoli le sequenze come il concerto al parco con una fotografia sgranata e molto colorata dove belle ragazze, canne e flusso creativo libero ospitano la partecipazione musicale degli Afterhours con il pseudonimo di “Area”. Inoltre la ricostruzione dei tafferugli, che portarono alla morte del giovane attivista Francesco Lorusso, dove san pietrini divelti e coltri di fumogeni urticanti creano immagini di guerriglia urbana che tra barricate in fiamme e cariche della polizia danno bene l’idea di cosa fosse trovarsi tra i portici bolognesi in quei giorni.

Una bellissima Claudia Pandolfi avvocatessa e convinta femminista, un tenente dei Carabinieri interpretato da Valerio Mastandrea, Valerio Binasco un ricettatore invischiato con i “Marsigliesi” e i due giovani protagonisti, sognatori dall’accento bolognese, Marco Luisi e Tommaso Ramenghi, tutti insieme in qualche modo legati dalle frequenze di Radio Alice.

“Lavorare con lentezza”  oltre ad essere il titolo del lungometraggio è anche quello della sua colonna sonora, brano di Enzo del Reno dall’album “il Banditore” del 1974. Inno proletario al lavoro che deve tornare ad un ritmo più umano dove lo sforzo è nemico della salute e presupposto per incidenti sul lavoro. Bellissimo testo, a mio avviso, a prescindere dal credo politico. La sua scelta è anche quella di essere stata la sigla di apertura e chiusura delle trasmissioni della mitica Radio Alice.

Radio Alice fa tanto parte della storia bolognese tanto quanto di quella delle prime radio libere italiane. L’emittente radiofonica nasce nel 1976 edita dalla Cooperativa Nuova Comunicazione con il motto di “dare voce a chi non ha voce”. La sua peculiarità era quella di una totale mancanza di un palinsesto programmato dando totale libertà al flusso creativo. L’innovazione era l’assenza di vincoli di censura per le chiamate in diretta che presto diventa sua caratteristica distintiva e motivo del suo successo ed originalità. Veniva trasmesso qualunque tipo di genere musicale, i contenuti erano dei più liberi e spaziavano dalle favole della buona notte, alle ricette culinarie della nonna, dalla lettura di testi letterari, poesie, satire e istruzioni per l’uso del kamasutra fino ad arrivare alla politica. Chiunque poteva parlare se aveva qualcosa da dire. Vi era una totale libertà di parola e di argomenti. Una linea rivoluzionaria ed insolita per l’Italia del tempo.

La cornice è la bellaBologna degli anni ’70. Un viaggio nel tempo e nella storia per nostalgici e per chi più giovane, come me, vuole vederci chiaro sui fatti avvenuti nella storia recente italiana. Visione consigliatissima.

Guido Chiesa incontra i ragazzi del DAMS

Guido Chiesa è stato ospite del Dams per un pomeriggio: una chiacchierata cinematografica ha permesso ai ragazzi di confrontarsi con il regista piemontese.

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Alcuni suoi film non sono stati distribuiti adeguatamente. Secondo lei qual è il motivo?

Fino a qualche anno fa, in Italia c’era uno spettro abbastanza ampio di produzione: certo, i “Cinepanettoni” uscivano in più sale, ma anche i film d’autore avevano il loro spazio. Negl’ultimi anni, invece, questo sistema è morto. Sono aumentate le multisale che richiedono solo Blockbuster, a discapito delle piccole sale urbane. Torino, per fortuna, è un ‘eccezione. Inoltre si è verificato un mutamento antropologico nel pubblico: nessuno va più a vedere i film italiani. Quelli che hanno successo, al massimo, vengono scaricati o guardati in streaming.

Lei è contrario allo streaming?

Io sono favorevole al fatto che i film vengano scaricati, però è un fenomeno che dovrebbe essere regolato. I server che mettono la loro pubblicità dovrebbero pagare l’artista. Sarebbe un modo per sopperire alla mancata distribuzione che certi film incontrano.

A cosa va incontro un aspirante regista d’oggi?

Per fare i registi le condizioni sono mutate rispetto agl’anni 80’. Si hanno due alternative: o essere ricchi di famiglia o accettare la realtà del tempo in cui si vive. Non bisogna rinunciare a fare film, sebbene le difficoltà siano molte. Probabilmente farò un’altra commedia, perché Belli di papà è andato bene. Ma se volessi fare un film diverso magari dovrei cercare fondi all’estero. In Italia sono pochi i finanziamenti di distribuzione, sebbene vengano prodotti molti film.

Qual è la parte che ritiene più creativa nella realizzazione di un film?

Forse la cosa che mi piace di più e lavorare con gli attori. Loro mettono la faccia, rischiano molto. Ma i loro errori dipendono da me. Prima di tutto perché gli ho scelti.  Ci sono registi del calibro di Pasolini e Rossellini, che consideravano gli attori alla stregua di burattini. Ecco, io non lavoro così. Mi piace istaurare un rapporto umano con l’attore, arricchire la parte insieme a lui.

Un attore si è mai rifiutato di recitare come voleva lei?

No, o scelgo attori che conosco o faccio un processo di casting. Non m’importa se l’attore fa un buon provino dal punto di vista recitativo, ma se riusciamo a capirci.  Il regista non fa solo inquadrature, deve impedisce che il film devii.

Il web può essere una valida alternativa per quei film che non trovano spazio nel circuito standard?

Il problema è una questione di soldi. Con migliaia di visualizzazioni si può racimolare qualcosa ma non rientreranno mai i soldi spesi per il film. Per i cortometraggi, invece, va molto bene oltre che per gli apriranti attori.

I documentari sono un settore importante per lei?

Mi hanno chiesto di fare la regia di 3 documentari dopo l’uscita del mio primo film, con il quale non avevo guadagnato molto. Era la prima volta che ricevevo un compenso adeguato, per fare quello che amavo. Sono stati un buon terreno di prova, così come i videoclip, ma preferisco dedicarmi a film di narrativa.

Nell’ultima intervista che ha rilasciato, ha detto di essere contrario alla cinefilia.

Nell’ambito pedagogico si ritiene che bisogna guardare film per fare i film. Un caso noto è Tarantino: lui cita non c’è nulla di nuovo.
Ma se in un’opera si vedono solo immagini di altri film, non è più lo specchio della realtà. Il cinema così fatto è anemico, morto. Questo, è parte del decadimento del cinema d’autore contemporaneo. È raro trovare giovani autori che non facciano un cinema autoreferenziale. Un aspirante regista sarà inevitabilmente influenzato da tutti i film che ha visto, ma non deve limitarsi solo a quello. Può prendere spunto da diverse forme d’arte, come la pittura e la letteratura. Quarto potere non è straordinario solo per la profondità di campo o il montaggio. Visto che non era un cinefilo, Orson Wells ha avuto la libertà di sbagliare e poter raccontare il suo personaggio senza seguire le regole o i canoni allora diffusi. Lui aveva in mente qualcosa da raccontare e ha trovato la forma giusta per raccontarla.

 

 

In partenza con Spazio Piemonte 1

Trentuno i corti selezionati per la sezione Spazio Piemonte, la categoria del Piemonte Movie dedicata alle opere prime ( o tra le prime) di giovani registi emergenti.
Per la prima tranche, un inventario di otto cortometraggi dai generi più disparati.
Il mondo dell’istruzione, dei segreti inconfessabili e della solitudine interiore sono rappresentati in Nogoson. Un’oscurità trasparente di Alberto Segre che ci mette davanti ad immagini di una città priva di esseri umani, ripresa dall’alba al tramonto. Non vediamo persone, ma ne sentiamo le voci tramite una segreteria telefonica: insegnanti che raccontano le loro difficoltà e segreti professionali mai rivelati che hanno, però, cambiato la loro vita.
Lo scorrere del tempo nelle immagini, inesorabile e identico a qualsiasi altro giorno, si scontra con le voci metalliche dei personaggi che non vediamo mai, i quali si confessano su questioni opposte alla quotidianità.
Un’insegnante alle prese con un fardello molto pesante è la protagonista di Livido Amniotico di Cristian Vincis. La sua piccola allieva Camilla è tenuta a scrivere un diario giornaliero, ed è proprio tramite gli scritti della bambina che la maestra scoprirà una verità agghiacciante che riguarda la sua famiglia.

Vita Vitae di Silvio Franceschet mostra un’immagine diversa di Venezia rispetto a quelle cui siamo abituati. Flavio, un pensionato arzillo e pittoresco, si occupa di recuperare vigne abbandonate insieme agli altri membri dell’associazione culturale Laguna nel bicchiere, le vigne ritrovate; la vendemmia a cui assistiamo è quella felicemente eseguita all’interno del cimitero del capoluogo veneto. Vita e morte s’incontrano magicamente grazie ad un rito ancestrale e comunitario.
Sbodinois di Atafilm Productions è il più breve tra tutti. Un minuto in cui il corpo umano si trasforma in una fucina di rumori meccanici, tutt’altro che naturali. Di conseguenza, la naturalezza dei movimenti si tinge di colori artificiosi e produce suoni sgradevoli, in un ossimoro continuo.

La moglie del custode di Mario Parruccini è la tenera (e a tratti inquietante) vicenda di due anziani signori, interpretati da Giorgio Colangeli e Lucia Sardo, i custodi del vecchio tribunale di Torino in procinto di essere demolito. Il focus della narrazione riguarda la cecità della protagonista femminile che sa di non vedere, ma “sente” molto meglio del marito vedente. In questo gioco di sensi mancanti o potenziati c’è un sottofondo di nostalgia verso qualcosa che non c’è più e che è ora di abbandonare.
La cecità fa anche parte della vita della protagonista femminile di Tra le dita- Requited love di Cristina Ki Casini. Una macchina fotografica molto speciale riesce a catturare un attimo di connessione unico tra due persone avvenuto in uno specifico momento e in un specifico luogo. La prova del nove sulla correttezza di questo meccanismo è palese nel momento in cui il fotografo, fotografando se stesso, non risulta nell’immagine finale: egli non ama se stesso. Tuttavia, qualcosa cambierà nel momento dell’incontro con la sua ultima cliente, una ragazza che ha perso la vista da poco e che riuscirà a toccare le corde più profonde del suo essere.

Tra gli otto cortometraggi due particolarità: Vanillacola di Andrea Daddi, vincitore dell’ultimo See You Sound Festival, nel quale una Torino “diversa” è ripresa da svariate angolazioni e con scatti a ritmo di tempo (infatti il genere è quello del videoclip) e Pircantaturi di Alice Buscaldi, Angela Conigliaro e Lorenza Fresta, unica animazione di questo primo ventaglio. La drammatica tradizione siciliana dei “pircantaturi”, coloro che si appostavano davanti alla casa di un debitore insolvente, si risolve comicamente grazie ad un linguaggio inventato, incomprensibile, ma molto espressivo e un finale del tutto a sorpresa.

NICU, la Moldavia di oggi vista attraverso gli occhi di un teenager

La collaborazione tra Riccardo Bianco, filmmaker e documentarista torinese, e Maurizio Fedele, operatore e montatore di documentari e progetti di fiction, ci regala Nicu.

Ambientato nella città di Chişinău, in Moldavia, il documentario ci mostra alcuni giorni della vita di un ragazzo di diciassette anni, Nicu, che si trascina tra le strade fatiscenti della sua città,  connubio e contrapposizione di città e campagna. Come i due registi hanno voluto sottolineare spesso, durante il dibattito di giovedì 10 marzo avvenuto presso la sala Il Movie, l’intento dei due filmaker non era la realizzazione di un documentario storico istituzionale, bensì la visione totalmente soggettiva di come i due registi hanno visto la Moldavia di oggi.

E attraverso gli occhi disincantati e distratti di Nicu, ci viene mostrato un paese cristallizzato, una sottospecie di terra di mezzo tra il vecchio e il nuovo. È un paese fuori dal tempo, una regione sospesa in attesa di qualcosa di più, qualcosa di migliore. Proprio come Nicu.

Quello che alla fine risulta essere il tema principale del documentario è la disgregazione familiare che tocca molte famiglie moldave. Infatti, Nicu non vive con la sua famiglia, ma in una comunità che lo ha accolto e aiutato nel suo percorso di studi. Nel corso del film, si susseguono delle inquadrature che mostrano Nicu a colloquio con un insegnante, che gli chiede quali siano i suoi progetti per il futuro e che cosa abbia intenzione di fare per migliorare. Ma Nicu, proprio come qualsiasi altro teenager, vorrebbe migliorare anche se non fa nulla per farlo: per questo sembra un po’ girare a vuoto. Ed è forse proprio per questo che il documentario si chiude con una scena enigmatica quanto poetica, di Nicu che gira su una giostra. Un giro a vuoto, che ti lascia con l’impressione che niente sia cambiato, che tutto sia fermo e stagnante, che non ci sia una vita di uscita da quel cerchio ristretto e soffocante, da far girare la testa.

L’ODORE DELLA NOTTE

“L’odore della notte” è il secondo lungometraggio dopo “Amore Tossico” sotto la regia di Claudio Caligari. Personalità, scomparsa prematuramente, che da sempre ha messo al centro della sua ricerca artistica il panorama underground italiano. Presentato fuori concorso alla 46° mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia nel 1989 e ora presentato come omaggio alla sua carriera al Glocal movie Piemonte film festival. Liberamente ispirato dal romanzo di Dido Sacchettoni intitolato “Le notti dell’arancia meccanica”.

È un film drammatico sulla sopravvivenza urbana delle classi più disagiate che fanno di necessità virtù.

Cercata la voce Virtù sul dizionario, dato che la necessità in questo film è inequivocabilmente quella di sopravvivenza, la definizione enunciava: “Disposizione dell’animo che spinge l’uomo a praticare e perseguire costantemente il bene, prescindendo da eventuali ricompense o castighi, tanto nella vita pubblica, quanto in quella privata.” Ci si accorge però, durante la narrazione, che le rapine sono effettuate da una banda di “borgattari romani”, ognuno spinto dalla necessità nel perseguire un proprio bene. Chi lo fa per attitudine personale, chi per malsana ricerca di un qualcosa e chi per difficoltà economiche, avendola come unica soluzione per “campare”. Allora tutto cambia.

Il conflitto sul quale questo film pone l’accento è proprio il bilanciamento soggettivo di un individuo nell’intendere quali siano eventuali ricompense o castighi per il proprio bene personale. Agghiacciante è scoprire che il protagonista, Remo Guerra (Valerio Mastandrea) è un poliziotto troppo allergico alle regole da poter continuare a svolgere il suo compito di tutore della legge. Sceglie quindi di dedicarsi completamente a quello che inizialmente era un cruento passatempo. Inizialmente attuava rapine per il solo fine di saziare la sua ricerca di adrenalina. Di giorno Poliziotto, di notte Rapinatore: quello che lo faceva sentire vivo era ormai il solo modo di sopravvivere in una borgata romana, dove la criminalità e lo spaccio erano di casa. Stimolato dalla violenza, a capo della sua banda, diverrà sempre più dipendente dalla missione di togliere ai più ricchi per dare ai più poveri. Ma questo modus vivendi si rivelerà un serpente che si mangia la coda dove il castigo della società è alla fine la sola ricompensa personale di Remo per redimersi o fuggire da una vita che lo sta facendo morire piano piano.

In questo film, gli interpreti attuano una ricerca meccanica, quasi sistematica della violenza che per loro assume il gusto dolce di un arancia, dove ogni spicchio diventa sempre più gustoso colpo dopo colpo. Un arancia meccanica all’italiana, dove il motore di tutto sta nell’essere in grado di attuare ogni volta il colpo perfetto con il minimo sforzo e il massimo della resa. Si parla di rapine che portano in tasca “soldi facili”, prelevati da chi è stato più fortunato nelle tasche di chi fin da bambino è stato abituato a coniugare, per necessità, non il verbo studiare o lavorare, ma prendere.

La vicenda narrata nel film è un fatto di cronaca realmente accaduto in una Roma degli anni 80, dove la famigerata “banda dell’arancia meccanica” portò a termine numerose rapine in appartamenti altolocati con l’indistinguibile firma di una violenza mirata e di una freddezza quasi scientifica nell’attuazione dei loro colpi. In questo film, a parte un divertente cameo del cantante Little Tony e una denuncia sociale contro chi tirava le file del governo dell’epoca, tutto sommato la violenza viene ben interpretata senza risultare platealmente finta o gratuita in un sottobosco criminale romano.

Azzardando, chiedo venia:  probabilmente Victor Hugo avrebbe sorriso vedendo questo film. Un bel film dove Remo Guerra tanto quanto Jean Valjean nei “Misèrable” non ha via di scampo. La sua ricerca di una redenzione è impossibile da trovare perché sempre in ostaggio del proprio passato che si riflette nel suo presente. Un tema caro allo scrittore francese e un fil rouge di questo film. Pellicola da riscoprire.

Il mondo oltre il recinto

Nella lingua italiana il termine “campo” può significare molte cose. In primo luogo, sta ad indicare uno spazio limitato di terreno destinato alla coltivazione. Quello spazio che Martino Giletta, contadino di Saluzzo, si è visto espropriare dallo Stato allo scopo di accogliervi i numerosi stranieri in cerca di lavoro come raccoglitori nei frutteti della regione. Ecco il secondo luogo di significazione: campo di tende. Naturalmente il produttore e regista del documentario Su campi avversi Andrea Fenoglio – al suo primo lungometraggio, realizzato in collaborazione con Matteo Tortone – ha potuto trovare questa drammatica testimonianza partendo proprio dai migranti stagionali di origine subsahariana presenti sul territorio.

«Negli ultimi anni hanno sostituito quelli che provenivano dall’Europa dell’Est, che a loro volta avevano sostituito i migranti dal Sud Italia». Un movimento ciclico, per così dire, l’eterno ripetersi di un evento sempre uguale in cui gli unici a cambiare sono i protagonisti. La situazione è molto critica e gli autori non hanno esitato a raccontarla attraverso un film bicefalo, le cui facce sono inevitabilmente speculari: sconfitti sono i circa 500 uomini accolti dalla Caritas nella tendopoli, costretti a stare lontano da casa, e sconfitto è Martino, imprenditore locale che dopo un periodo difficile di violenta protesta contro i soprusi della burocrazia ha deciso di abbandonare moglie e figli ormai grandi per isolarsi con i suoi cani in un piccolo campo (di nuovo questa parola) circondato da un recinto. Impossibile non vederci un riflesso.

Ma un “campo” è, tecnicamente, anche il giaciglio che Martino si prepara quando raggiunge alture appartate in montagna con un libro in mano e passa la notte sotto le stelle per cambiare un po’ aria. Almeno, un esperto scalatore lo chiamerebbe così. Insomma, potremmo non venirne più fuori. Tra l’altro, cercare di indovinare tutti i possibili riferimenti che l’ambiguo titolo del film suggerisce non diverte poi molto. Piuttosto, quando facciamo la conoscenza di Martino finiamo col restare affascinati dalla dimessa vanità con cui si mostra appena prende un pizzico di confidenza con la macchina da presa, senza tralasciare spiegazioni dettagliate riguardo le sue abitudini fisiologiche e appassionate riflessioni sui popoli antichi.
A questo punto la metafora militare, che struttura la stessa pellicola in due parti, appare didascalica e fuorviante. Perché questi campi sarebbero avversi? Chi è il nemico? E il nemico di chi? È pur vero che Martino aveva combattuto la sua battaglia personale contro i migranti e contro lo Stato che li aveva messi sulle sue terre. Ma è anche vero che lo stesso contadino oggi ammette di aver lottato invano, di non aver compreso il senso profondo di quella battaglia e di averla evidentemente persa, come ha perso la famiglia. Quando sarebbe stato forse più importante trovare un dialogo con quegli uomini che la famiglia vorrebbero rivederla e che sono invece prigionieri di una scelta necessaria…lo è stata ugualmente anche la sua?

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Ma il film? Il film com’è? La doppia regia – ça va sans dire – non permette la completa uniformità stilistica. Eppure lo sguardo complessivamente distaccato, l’utilizzo dei droni per le riprese aeree, il tono della narrazione e l’elemento metaforico di cui sopra, riescono comunque a legare le due parti del documentario senza troppa fatica. La prima, affidata a Tortone e intitolata appunto “il campo”, mostra alcuni di quei migranti stagionali, ripresi dall’interno delle loro tende, velati e per giunta di spalle. Altre volte di fronte, in primo piano, mentre parlano al telefono con i famigliari nella lingua del paese d’origine (soprattutto Mali, Burkina Faso e Costa D’Avorio) o in francese. Altre ancora riflessi su un vetro mentre riuniti in una zona comune commentano la situazione economica italiana con una lucidità e una competenza abbastanza inaspettata. La fotografia li colora di un lieve seppiato, imponendo un’atmosfera estetizzante francamente stucchevole e alla lunga difficile da giustificare. Peccato, perché la volontà di non riprenderli mai chiaramente ma sempre di traverso, di nascosto o di riflesso sulla carta, funziona meravigliosamente: cosa sappiamo veramente di queste persone? Le abbiamo mai guardate bene? Abbiamo mai voluto guardarle?

Per fortuna la seconda parte, diretta da Fenoglio e intitolata “il recinto”, esplora la quotidianità di Martino con occhio più coinvolto e di fatto più responsabile, senza lasciarsi distrarre da volgari divagazioni visive. Lascia invece spazio alla personalità dell’imprenditore espropriato, all’uomo solo consapevole dell’errore, deluso e frustrato da un presente che fatica a comprendere ma che racconta ancora con la naturale cadenza del suo dialetto. E allora anche la lingua diventa un campo di confronto. Perché possiamo vivere la globalizzazione con tutto l’entusiasmo possibile, ma se non abbattiamo i recinti e non rinunciamo alle nostre lingue per l’idioma universale dell’uomo non sapremo mai guardare gli altri e noi stessi davvero.

Serata d’apertura del PiemonteMovie gLocal Festival

inaugurazione piemonte movie festival

divini evangelisti e greco i registi

Mercoledì 9 marzo prende il via la quindicesima edizione del PiemonteMovie gLocal Festival, con in apertura Venanzio Revolt: i miei primi 80 anni di cinema, un documentario diretto da Fabrizio Dividi, Marta Evangelisti, Vincenzo Greco e dedicato a Lorenzo Ventavoli.

divini evangelisti e greco i registi

Una figura di spicco nel panorama cinematografico italiano, purtroppo assente in sala per motivi di salute.  Al suo posto il figlio, Bruno, ringrazia per il lavoro svolto. L’influenza non  ha precluso a Lorenzo Ventavoli le vie telematiche. Infatti, in una telefonata in vivavoce ricorda all’amico Steve Della Casa: << Qualche volta, oltre che dei Sottodiciotto, preoccupiamoci anche dei “Sovraottanta” >>.

steve della casa e bruno ventavoli

Una personalità che non perde mordente, come ricorda la vicepresidentessa del Museo Nazionale del Cinema, Donata Pesenti: << Un personaggio centrale della vita cinematografica torinese. Primo presidente del suddetto museo, nonché fondatore di innumerevoli cinema torinesi, tra cui il Cinema Massimo>>.

La parola passa poi ad Alessandro Gaido, direttore del PiemonteMovie, il quale presenta il Festival come al suo prologo e, allo stesso tempo, al suo epilogo. Difatti, il 9 febbraio sono stati proiettati, in anteprima al Movie, 136 cortometraggi tra i quali il pubblico ha selezionato i candidati che parteciperanno ai concorsi Spazio Piemonte e Panoramica Doc. Inoltre, la serata del 9 marzo ha concluso il tour di 22 appuntamenti presso i presidi cinematografici locali che ha interessato il PiemonteMovie nei mesi passati.

Il co-direttore Gabriele Diverio, richiama poi l’attenzione sugli omaggi del Festival: uno a Guido Chiesa presente in sala sabato 12 Marzo, e uno a Claudio Caligari, presentato dall’attore Luca Marinelli, venerdì 11 Marzo. Il film di chiusura Medeline, domenica 13 Marzo, è caldamente consigliato dai direttori del Festival in quanto “anteprima interessante dal gusto locale”, oltre che appropriata conclusione del Festival.

INTERVISTA A SAMUELE SESTIERI E OLMO AMATO, GIOVANI PROMETTENTI REGISTI DE “I RACCONTI DELL’ORSO”

Gli studenti del Dams Cinema, futuri lavoratori del settore, guardano ai film in concorso al Torino Film Festival con passione, critica ed ammirazione. Romanticamente sperano, un giorno,di essere lì, al loro posto a presentare la loro opera. Spesso queste figure sembrano irraggiungibili e il sogno si fa più grande della realtà. Questa edizione ha avuto una piccola eccezione. Se pur con un passato nel campo cinematografico come critico e regista di cortometraggi Samuele Sestieri e Olmo Amato con progetti fotografici alle spalle, la loro giovane età e il fatto di essere in concorso con la loro opera prima, ci dà fiducia e speranza. Loro i primi: “Si può fare!”.

I racconti dell'orso - film

Gli abbiamo incontrati ed intervistati per cercare di carpire i segreti e le difficoltà che giovani cineasti possono incontrare nella creazione del loro primo lungometraggio in concorso ad un prestigioso festival come quello di Torino.

Inizialmente I racconti dell’orso era stato presentato per la sezione Onde per il tocco sperimentale fiabesco che contraddistingue questo film. Inseguito è stato inserito nei partecipanti al Tff33 con grande orgoglio per tutti, giovani cineasti italiani in lizza per il premio finale.

Torniamo a noi, gli abbiamo incontrati nella hall dell’hotel intenti a leggere la rassegna stampa sui quotidiani italiani che scrivevano di loro:

Che effetto fa leggere su testate nazionali del proprio film?

“E’ una bellissima sensazione, comunque vada è una grande vittoria vedere il proprio lavoro che dopo anni è finalmente fruito da un grande pubblico come quello del TFF. Sono stati anni difficili dove noi tutti abbiamo fatto sacrifici per la realizzazione di questo progetto che finalmente si è concretizzato.”

Parlateci di come nasce questo film?

“Questo film nasce inizialmente per gioco. Dopo un viaggio nato un po’ per staccare dalla routine romana e un po’ per la nostra passione di viaggiare, ci siamo trovati nelle fantastiche cornici di paesi come la Norvegia e la Finlandia. Il nostro intento era quello di creare una storia, che inizialmente non aveva una trama ben precisa, l’avvicendarsi delle tappe faceva si che si creasse materiale anche per la trama, ci siamo trovati in molti posti per caso ed è stato proprio il caso che ha fatto si che riprese su riprese la storia prendesse forma. Il nostro era un esperimento, l’importante era creare, poi sarebbe stata la fase di montaggio a tessere una trama.”

È interessante vedere che però avevate già un idea dei personaggi, da dove nasce l’espediente di creare personaggi di cui uno con una tutina rossa e un monaco robot?

“Principalmente dal fatto che la nostra troupe era composta solamente da noi due. Non essendo attori abbiamo così deciso di mascherarci. Questo mascherarsi ha fatto si che la storia prendesse una linea fiabesca aprendo illimitati scenari dove appunto l’improvvisazione del viaggio ci consentisse di creare tutto quello che desideravamo. Abbiamo così contestualizzato e decontestualizzato le riprese a nostro piacimento. Ci alternavamo alla macchina da presa o studiavamo attentamente il quadro per girare le scene in cui eravamo presenti entrambi. E’ stata dura fare gli attori e travestirci in quel modo, eravamo scalzi e con poca visibilità e nessuno che potesse darci indicazioni su dove andare. Ci siamo divertiti riuscendo ad acquisire una quantità di materiale che ci ha portato a fare un lungometraggio.”

La figura che unisce il tutto è quella della bambina che sogna, era premeditata?

“No, erano riprese che fino a pochi mesi dalla scadenza avevamo dimenticato, era materiale di vita vissuta, di diario di bordo. Poi l’illuminazione che ha fatto sì che nel processo creativo potesse assumere un ruolo importante nella trama. Il montaggio è stato fondamentale. Infatti il nostro progetto era quello di ricreare una fiaba dove le interpretazioni fossero libere. In futuro ci piacerebbe mostrare questa fiaba ai bambini per vedere cosa ne pensano. Questa storia non ha età. I personaggi volutamente hanno un linguaggio onomatopeico e primordiale dove le loro azioni semplici come il cercarsi e giocare sono chiare e il sottotesto resta libero all’interpretazione.”

Avete detto, precedentemente, che la vostra troupe era composta solamente da voi due, è stato difficile?

“Si, non è stato facile girare questo film. Le difficoltà sono state molte, anche a livello fisico e mentale, i problemi avvengono sul momento e così le soluzioni per risolverli”

Per esempio?

“Ad un certo punto abbiamo iniziato a girare con una nebbia bellissima che avvolgeva tutto, solo che inaspettatamente è sparita e noi non avevamo la scena. Abbiamo quindi soffiato calore sulla lente della nostra reflex, calcolando il risultato ottimale da riprodurre la nebbia risolvendo il problema. Ci siamo inventati e reinventati durante tutto il film, è stato molto divertente e una grande lezione sull’arrangiarsi con l’ingegno e con quello che si ha. L’orsacchiotto ad esempio è stato acquistato durante il viaggio e avendone solo uno in molte scene era preziosissimo, non potevamo sbagliare ed era per forza “buona la prima”.

Tornati a casa con il materiale da voi girato, come si è concretizzata l’idea di creare un lungometraggio, raccontateci come è avvenuta la post produzione?

“Durante la post produzione sono sorti altri problemi, è stato complicato ma anche qui siamo riusciti a risolverli grazie all’aiuto di figure professionali di alto rilievo. Le immagini di grande bellezza avevano un audio scadente per esempio. L’insonorizzazione del film è stata così realizzata dalla “New Digital”. I suoi rumoristi, sapientemente e alla vecchia maniera, hanno curato l’audio di tutto il film. Occasione bellissima per due appassionati cineasti come noi di vedere queste figure al lavoro, che con oggetti impensabili davano vita a rumori unici e di grandissima resa cinematografica.”

Il cinema costa e spesso è considerata una grande barriera da superare, qual è stato il vostro segreto?
“l nostro film è considerato low budget in confronto ad altre produzioni, ma è stato sicuramente un grande sacrificio per le nostre “giovani tasche”. Il crowdfunding ci ha consentito di accelerare la fine del film e lavoretti personali hanno fatto il resto, ma è soprattutto grazie alla solidarietà e alla gentilezza di tutte le figure professionali – con le quali abbiamo la passione comune del fare cinema – che questo progetto si è potuto concretizzare.

Quindi è possibile? Si può fare?

“Si, bisogna crederci. Con impegno e costanza, grazie alle persone che ci hanno supportato e alla dedizione personale che bisogna mettere in questo mestiere, tutto diventa possibile.”

PRIMA CHE LA VITA CAMBI NOI, storie di capelloni senza piombo

Milano, fine anni ’60. Umberto è un adolescente che decide di farsi crescere i capelli, i professori lo guardano storto e puntandogli l’indice in fronte gli suggeriscono di tagliarli. Un gruppo di suoi compagni di classe lo chiude in bagno, minacciando i suoi ciuffi con un paio di forbici da barbiere. Lui urla, si dimena e dopo pochi minuti gli amici fricchettoni scardinano la porta, entrano ed è subito rissa.Secondo Felice Pesoli tutto è cominciato lì, da una banda di capelloni che ha deciso, senza troppa coscienza politica, di minare quell’ideale conservatore di mascolinità che i genitori avevano ben ereditato dai loro padri, quarant’anni prima.

Prima che la vita cambi noi è un film necessario, forse quello che in Italia mancava, su un periodo troppo spesso coperto dalla pesante, ma facilona coltre degli anni di piombo. Attraverso un’accurata selezione di filmati storici, fotografie, racconti e ricordi degli amici dell’epoca, Pesoli ci restituisce un ritratto coloratissimo del periodo ’66-’74. I ragazzi scappano di casa, capelloni e scontenti di una società che non li rappresenta più. Vendono Mondo Beat e Re Nudo ai bordi della strada, organizzano raduni pop, vivono nella comune, hanno voglia di cambiare il mondo a suon di sitar. Si parla di yoga, di vegetarianesimo, di droghe, di libertà sessuale, di vita in comune, di viaggi da Milano all’India, di contaminazioni ed esperienze estreme.
Il film raccoglie testimonianze d’eccezione come quelle di Eugenio Finardi, Andrea Majid Valcarenghi, Claudio Rocchi, ma anche tutte quelle degli amici di Pesoli, che quegli anni li hanno vissuti così intensamente da non esserseli più scrollati di dosso. Un documentario ben costruito, dove tutto nasce spontaneamente e non c’è spazio per la boriosa voce fuori campo: i singoli interventi si rincorrono e ricostruiscono un’esperienza talmente comunitaria ed intensa, da riuscire a terminare, continuare o approfondire lo stesso discorso, in spazi e tempi differenti. A tenere tutto stretto, un intenso lavoro di montaggio, apprezzabile anche quando riesce a collegare materiali filmici fisicamente eterogenei, dal Super 8 ai formati video elettronici oggi deteriorati, ma pregni di una verità assolutamente degna del grande schermo.

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Prima che la vita cambi noi è il primo lavoro indipendente del regista, dopo le esperienze di produzione e scrittura di programmi tv e i documentari storici realizzati per la Rai. Oltre agli appuntamenti ufficiali del Torino Film Festival, il film è stato raccontato e proiettato
all’incontro organizzato dal prof. Franco Prono con i ragazzi del Dams. Quella di Felice Pesoli non è una presuntuosa lezione di cinema, ma una chiacchierata sulla vita e su un modo di fare cinema dove non c’è spazio per la nostalgia né per l’autocelebrazione: “In quegli anni abbiamo sicuramente fatto degli errori, abbiamo ad esempio fatto abuso di stupefacenti, molti hanno ecceduto in radicalismi dai quali non sono più tornati, ma si respiravano un’energia ed un coraggio carichi di valore a prescindere. Sentivo di dover mostrare la storia di quegli anni, come se la stessi raccontando a mia figlia. Dovrei studiare un secondo film che parla invece di tutto quello che non ha funzionato, ma capite che mi ci vorrebbero almeno altri ottanta minuti…vi dico che abbiamo anche peccato di utopia. Bisognava essere più pragmatici, a volte, specie sulla vita in comune. Le comuni sono finite perché l’amore libero ha creato grandi gelosie…e poi perché non si sapeva mai chi lavava i piatti.”
Non siede in cattedra, ma resta appoggiato alla scrivania, proteso verso gli studenti e muove le mani raccontando di come ha concepito il suo lavoro: “Prima è stata una caccia selvaggia ai materiali d’archivio, mi sono rivolto all’Archivio del Cinema Militante di Milano, un filmato l’ho fregato alla Rai, ma mi hanno aiutato moltissimo i fotografi e gli amici. Poi ho girato queste lunghe interviste, almeno 10 o 12 ore e, quando riuscivo, piazzavo due videocamere. Avevo in mente dei grossi file da riempire, ho cercato i macrotemi dell’epoca: l’Oriente, le riviste, il rapporto dei beat con la società…poi adoravo quel momento in cui il mio intervistato iniziava ad essere stanco. La stanchezza è molto importante, toglie i filtri, tutto risulta più immediato”.
Alcuni ex figli dei fiori sullo schermo risultano davvero insospettabili e ci viene voglia di chiedergli quanto effettivamente la vita abbia cambiato tutti loro dopo gli anni Settanta. Lui sorride e ci dice: “Quelli che sono sopravvissuti sono delle ottime persone. Stanno in questo mondo, oggi e qui, con una disponibilità ed una generosità particolari nei confronti della vita. Chi ci è stato non solo si ricorda quegli anni, ma prova a incanalare quella sensibilità in altri settori della vita, è aperto al diverso e ha mantenuto una fortissima dose di passione.”

Link video: 3 DOMANDE A FELICE PESOLI

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PREMIO CIPPUTI ALLA CARRIERA: FRANCESCA COMENCINI

 

A vent’anni dalla sua nascita il premio Cipputi viene assegnato a Francesca Comencini, unica candidata ad aver avuto per due volte questo onore, nel 2007 con In fabbrica e quest’anno per la sua carriera.
La regista è particolarmente legata a questo premio, anche perché sotto la direzione artistica di Gianni Amelio aveva fatto parte in passato della giuria dello stesso. Nel rivelare quanto sia legata a In fabbrica si rifiuta di incasellarlo all’interno di un genere ben definito. L’intento della Comencini non è infatti quello di fare dei film sul tema del lavoro, ma quello di raccontare le persone. Li definisce film contemporanei esposti in modo familiare, uno specchio delle vite degli altri. Il lavoro è solo una delle visioni possibili per raccontare gli esseri umani ai giorni nostri.
Un esempio che cita è anche Mi piace lavorare – Mobbing, film che tratta il tema spinoso delle donne all’interno di un mondo lavoro prettamente maschilista, quando la grande avventura dell’industrializzazione andava a rilento e non c’era più una visione collettiva del lavoro. La sua produzione mantiene una imperturbabile coerenza, in quanto la regista definisce In fabbrica come un modo per andare all’origine, a quando quest’unità lavorativa si creò, oltre che una possibilità per lavorare su materiale di repertorio.
A questo punto apre una parentesi, dalla tonalità femminista, riguardante la scarsa presenza di registe e personaggi donne, protagoniste e non in funzione di personaggi maschili, nel cinema italiano. Infatti riscontra troppa retorica nella visione maschile su temi che non potranno mai vivere in prima persona, come la maternità, uno stato fisico e mentale che permettere di capire appieno il concetto di dipendenza gli uni dagli altri. Una visione collettivistica tutta al femminile che condizione il modo di lavorare e le proprie convinzioni politiche.
Un giornalista pone poi all’attenzione della Comencini la serie Gomorra di cui ha scritto due episodi nella prima stagione e prevede di firmarne tre nella seconda. Ammette di essersi “elettrizzata” per questa collaborazione e pronta a far valere il suo punto di vista femminile nella serie. Per l’episodio 7, da lei scritto, rivela di essersi ispirata ai suoi documentari sul lavoro regolare per rendere più verosimile l’organizzazione criminale della piazza dello spaccio: in entrambi i casi sono necessarie regole e orari ferrei.
Tra i progetti futuri di Francesca ci sarà una collaborazione con il progetto Fandango intitolato Nella battaglia: un film sulla lotta sentimentale tra uomo e donna, fuori da un ordine patriarcale precostituito, alla ricerca di una parità di ruoli che mantenga le caratteristiche di genere.

BLADE RUNNER: We are dreaming electric sheep (and Unicorns)

Los Angeles, 2019. In una città caotica, sovrappopolata, inquinata e sferzata da una perenne pioggia battente, si snodano le vicende di Rick Deckard (un Harrison Ford post Indiana Jones), cacciatore d’androidi, che ha la missione di “pensionare” un gruppo di replicanti ribelli guidati dal misterioso e carismatico Roy Batty (Rutger Hauer, olandese al suo primo film americano – da ricordare che  fu considerato per il ruolo anche David Bowie). Ma la conoscenza di Rachel (la bellissima Sean Young), replicante ma dai sentimenti umani, sconvolgerà la missione del cacciatore fino all’epico e ambiguo finale. Ispirato al racconto Do Androids Dream of Electric Sheep? Di Philip K. Dick.

Tanto si è detto, tanto si è scritto su ciò che non è un semplice film, ma Il Film. Uscito nel 1982, all’epoca perse la battaglia al botteghino con l’ottimistico E.T, in un periodo in cui il mondo occidentale scopriva il lato edonistico che avrebbe poi caratterizzato tutti gli anni ’80. Un film come Blade Runner era considerato troppo cupo, disperato, filosofico per un pubblico che che voleva soprattutto evasione. Negli anni fu rivalutato e ora è il cult che tutti conosciamo e amiamo.

Ridley Scott creò l’opera che cambiò il modo di vedere il Cinema, non solo fantascientifico. Noir futuristico e post-moderno, nell’estetica e nella visionarietà ha anticipato molte architetture delle metropoli d’oggi e a livello registico è di una bellezza che fa quasi male agli occhi dando il via a tutto il filone distopico dei decenni a seguire (il nipponico Akira ne prende spunto su tutto). Menzione alle musiche di Vangelis che entrano non solo nella mente ma nell’anima. Ma parlare solo del piano estetico sarebbe riduttivo per un film che scava in profondità nell’animo umano (o di replicante?) e che pone questioni universali come la Vita e la Morte, l’Amore e la Disillusione, in generale la fragile ambiguità della vita di tutti noi.
In una straordinaria scena Roy Batty incontra il suo creatore, Tyrell, suo “padre”, e gli chiede di poter vivere più dei soli 4 anni che sono concessi ad un replicante. La brevità della vita e la frustrazione di non poter far nulla di fronte all’inevitabile Fine portano Batty ha uccidere il “padre” in un impeto d’ira (pessimismo shopenauriano, metafore cristologiche e miti classici trasudano da ogni fotogramma di questa pellicola) e a fuggire verso il suo destino in quello che sarà uno dei più bei finali nella storia del cinema, con l’inseguimento di Deckard sotto la pioggia battente (metafora meravigliosa dei mali dell’Uomo che ci cadono addosso sotto forma di un acido e incessante diluvio) e il celebre monologo “I’ve seen things…”. Un commiato all’Esistenza, una presa di coscienza malinconica che tutto ha una fine e soprattutto che non dobbiamo aver rimpianti per ciò che abbiamo vissuto (infatti, il sole tornerà sullo spegnimento di Batty). Le porte di Tannhauser le abbiamo già varcate e i bastioni di Orione ci sono più vicini di quanto immaginiamo. Il Futuro immaginato da Ridley (dominato dalle multinazionali, invivibile, paranoico) è già arrivato e forse è già divenuto Passato e noi con lui.

Capolavoro assoluto. Da vedere, rivedere, venerare. Di una bellezza e profondità che tolgono il fiato. Tutto il resto è nulla, o meglio, lacrime nella pioggia, in attesa anche di noi di sognare Unicorni (o pecore elettriche).
We’ve seen things you people couldn’t believe.

Lorenza Mazzetti e la fiaba di un genio

Quando la si vede dietro il grande tavolo rosso delle conferenze stampa, un po’ piccolina tra Stefano “Steve” Della Casa e David Grieco, non si può fare a meno di pensare a tutte le vite vissute da Lorenza Mazzetti. Se le porta dietro e addosso: un basco nero appoggiato sui capelli ribelli, il taglio degli occhi disegnato all’ingiù, la voce calma e quel suo modo magnetico di raccontarsi e farci stare incollati alle sedie senza perdere nemmeno una parola.
“Io le cose ve le dico, ma sarebbe meglio che leggeste Diario Londinese, il mio ultimo libro”.
Ironica, scanzonata, anticonformista. Non è cambiata molto dal 1956, quando, prima che ogni altro paese vivesse la sua “onda nuova” cinematografica, lei firmava il manifesto del Free Cinema, insieme a Lindsay Anderson, Karel Reisz e Tony Richardson.

lorenza mazzetti free cinema

La sua è una bella storia vera, che inizia in un locale in centro a Londra, quando Lorenza era una cameriera dalla lingua svelta, che voleva iscriversi alla Slade School of Fine Art senza un soldo, né i moduli necessari. La segretaria la cacciò, lei iniziò ad urlare e da una delle porte uscì “un uomo in bretelle, probabilmente un inserviente che chiese cosa stava succedendo. – Io voglio venire qui ad imparare, a dipingere, a lavorare! -, gli dissi.
– Ma perché proprio qui? –
– Perché sono un genio! -, non sapevo che altro dirgli.”
Il signore le da dei moduli da compilare dei fogli e le dice di presentarsi la mattina seguente. “Io ero anche un po’ perplessa e gli ho chiesto:
– Ma cosa dirà il direttore? –
– Niente, perché il direttore sono io!-
Insomma, aveva le bretelle ed era in maniche di camicia e gli spiegai che in Italia il direttore di un’università non si sarebbe mai presentato senza la giacca. – Non avrebbe nemmeno mai ammesso una ragazzina senza soldi che viene qui senza firmare nessun modulo e pretende di essere un genio!- Ecco, capite? Non ho potuto fare a meno di innamorarmi di quest’uomo!”
Così, Lorenza inizia a frequentare l’università, si annoia un po’ a dipingere e preferisce gironzolare nei corridoi fino a quando si trova davanti alla porta del Film Club. La spinge, entra e “vedo luccicare il tesoro…ve lo immaginate? C’erano le pizze, i treppiedi, la macchina da presa, tutto lì. Ho pensato ad un unica cosa: mi porto via tutto.”  Con l’aiuto di un amico “un giovane pittore bellissimo”, l’attrezzatura sparisce e Lorenza inizia ad immaginare il suo primo film. Pensa a Kafka, ha la sua foto appesa in camera: un viso fragile e terrorizzato che guarda il mondo. “Lo adoravo!”, racconta, “Così propongo al mio amico di fare l’attore, anche se lui non sapeva chi fosse Kafka.
– Ma come?! La Metamorfosi…-
– Mmh e come finisce? –
– Bene, lui è disteso a letto, ci mette molto ad alzarsi, ma poi si sposa e ha un sacco di figli! – , gli risposi”.
Una volta girato il film, Lorenza porta tutto al laboratorio dove venivano sviluppate le pellicole dell’università, firmando a nome falso e assicurando che la Slade School of Fine Art avrebbe pagato tutto.
“Ovviamente il direttore fu avvisato della cosa, gli dissero che era passata una strana ragazza, con l’accento francese. – Ah, il genio -, rispose lui e mi mandò a chiamare. – Sai cosa hai combinato? Hai firmato il falso, usato dei soldi non tuoi: questo si chiama rubare e chi ruba va in prigione! –
– E allora mi ci mandi! -, dissi io andandomene, ma lui mi corse dietro: – Senti Lorenza, non voglio mandarti in prigione ancora. Prima facciamo vedere agli studenti quello che hai fatto, se applaudono paghiamo noi, se fischiano, tu vai in prigione.-
Ecco, a questo punto io stavo davvero male, ve lo immaginate? Avrebbero fischiato di sicuro. E invece applaudirono!”
Quel giorno non furono solo gli studenti ad applaudire, ma anche il direttore del British Film Museum, “un uomo bellissimo, tipo Kennedy, tanto che mi innamorai anche di lui! Mi chiese se volessi fare altri film senza rischiare di andare in galera e di portargli un’idea. L’indomani mi presentai da lui per il tè delle 17, tiro fuori l’idea dalla tasca, ma facendolo urto il tavolino e butto il tè bollente sul suo ginocchio…- Oh, cos’ho fatto?? I’m sorry, waht can I do? -, gli dico preoccupatissima. E lui: – Don’t worry, my leg is wood – e ci bussa sopra per farmi sentire il rumore del legno. Poco dopo mi raccontò di aver lasciato la sua gamba a Cassino, per me e per tutti gli italiani. A quel punto l’ho abbracciato.”

Lorenza Mazzetti regista a Londra
Lorenza è arrivata a Londra con un bagaglio pesantissimo: nel 1944 aveva assistito, insieme alla gemella Paola, all’esecuzione della zia e delle cugine sotto i suoi occhi, durante la Strage di Rignano. Anche Karl Reisz aveva vissuto in prima persona la tragedia della guerra: i suoi genitori furono entrambi deportati a Buchenwald. “Nessuno sapeva dell’altro, il nostro incontro fu un incontro basate sull’arte, sull’idea di cinema che avevamo. Non potevamo più sopportare l’idea che l’Inghilterra agisse come se non ci fosse stata alcuna guerra. Il popolo non aveva voce in capitolo e per questo abbiamo deciso di fare dei film che parla della gente comune, dei beatles, per farli finalmente uscire dalle cantine e farli arrivare agli occhi dell’upper class inglese”.

Lorenza Mazzetti a Londra

È David Grieco a ricordare che la storia della vita di Lorenza è raccontata in Il cielo cade, quando, dopo l’esordio londinese con il cinema, decide di tornare in Italia e scrivere. La casa che divide con il nuovo compagno Bruno Grieco, padre di Davide, diventa una casa aperta ai registi e agli intellettuali dell’epoca, dove “transitava tutto il cinema europeo in modo abbastanza casuale. Secondo uno strano e tacito accordo, tutti pensavano che Lorenza sarebbe tornata dietro la macchina da presa e vengono a passare le vacanze da noi. Lindsay Anderson diventa una specie di mio zio, Malcom McDowell diventa un fratello che non avevo, essendo figlio unico, e con lui farò anche dei film.”
Un luogo di libertà senza inviti né orari, un confessionale dove si incontrava gente e nascevano progetti, amicizie improvvise e capitavano quegli aneddoti che qalunque appassionato di cinema non può fare a meno di adorare.
“La grande attrazione della casa era questo tavolo da ping pong e la gente più improbabile si sfidava: Rod Steiger arrivava a mezzanotte con le palline e si cominciava. Un altro che frequentava spesso la casa era Gianmaria Volonté, all’epoca in una situazione difficile e con molti debiti. Un giorno ci dice: – Sto facendo un western con quel matto di Sergio Leone. Non me ne frega niente, ma mi servono i soldi e l’unica cosa di cui sono certo è che non lo vedranno mai…-
Il film era Per un pugno di dollari! Ecco, Lorenza mi ha regalato questa adolescenza qui, con tutti i danni che sono arrivati dopo.”

A Lorenza Mezzetti quest’anno il Torino Film Festival assegna il premio Maria Adriana Prolo, mentre Francesco Frisari e Steve della Casa stanno realizzando il documentario Perché sono un genio. Sarà pronto la primavera prossima, racconta la vita dell’artista e il modo in cui Lorenza è riuscita ad attraversare tutti i momenti più importanti del Novecento con la sua personalissima dose di forza e fragilità. Anche la rivista Mondo Nuovo, diretta da Caterina Taricano questo mese ha dedicato alla Mazzetti un intero numero, che lei commenta così: “Mi sembra incredibile apparire sulla copertina di una rivista. Devo dire che però un po’ me lo aspettavo, essendo un genio.”

Mazzetti premiata al TFF33

“Bambini nel Tempo. L’Italia, l’infanzia e la Tv”

“Bambini nel tempo. L’Italia, l’infanzia e la Tv”, di Maria Pia Ammirati, Roberto Faenza e Filippo Macelloni, è un viaggio nell’infanzia, del passato e del presente; protagonisti sono i bambini che, dagli anni ’50 a oggi, raccontano le loro impressioni sulla vita. Ritornano alla mente i ricordi e le emozioni dei primi anni vissuti, sensazioni che si perdono nel passaggio alla vita adulta: le filastrocche, i giochi all’aria aperta, la scuola, i primi amori,le paure e i disagi, un concentrato di emozioni in cui tutti noi ci ritroviamo.

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Dai primi video in bianco e nero che mostrano, le scuole con le classi separate, i bambini lavoratori nel Lazio del dopoguerra, la figura del padre come capo assoluto, ai ragazzini di oggi, i videogiochi, le famiglie divise. Loro, i bambini, rimangono tutti uguali, puri e innocenti, in balia di un’educazione improntata da adulti inadeguati, infelici e frustrati, rispetto ai quali spesso risultano più sensibili è più saggi proprio per la semplicità con cui guardano alla vita.

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Il film mette a confronto più epoche inserendo le voci dei bambini di oggi che immaginano la vita del passato, sui filmati in bianco e nero dell’infanzia di un tempo, creando un’unione, un filo conduttore su ciò che è stato, ciò che si è perso e ciò che ancora è ricordato. Varie tematiche sono affrontate, la scuola, la famiglia, l’amore, i sogni, il gioco ( per citarne alcune), ognuna intervallata da un tenero bambino che prova a fare i ciak senza saper contare.

“Bambini nel tempo.” è un documentario realizzato con il solo materiale proveniente dall’Archivio delle Teche Rai, frammenti di interviste che percorrono, con gli occhi dei bambini, le trasformazioni di un Paese di cui la televisione è stata un importante testimone.

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Un film, tenero, commovente, ma anche comico, che riporta alla mente la nostra infanzia e svela quella di chi è venuto prima, entrambe tra loro diverse, ma anche molto simili. Uno straordinario percorso nella storia dell’Italia, che assume il valore di documento storico fondamentale per la memoria collettiva e che mostra l’importanza della televisione nell’aver documentato ogni piccolo passo di un popolo, verso la contemporaneità.

Conferenza stampa – Sunset Song di Terence Davies

Si è tenuta venerdì mattina la Conferenza Stampa di Sunset Song con la partecipazione del regista e sceneggiatore del film Terence Davies. Tratto dal romanzo Canto del tramonto (1932) di Lewis Grassic Gibbon, nell’immensa e gialla campagna scozzese, una giovane, bella e intelligente donna, Chris Guthrie, cresce in una numerosa famiglia con un padre violento e una madre sottomessa.

Il regista ci racconta di come si sia innamorato della storia. Un sentimento nato dallo sceneggiato televisivo che veniva trasmesso nel 1971 a episodi (6 in tutto) ogni domenica. In seguito acquistò il libro e ne rimase completamente rapito tanto da decidere di crearne un film. E solo dopo 18 lunghi anni, il film viene finalmente realizzato.

La scelta dell’attrice protagonista, racconta Terence Davies, è avvenuta in modo molto semplice: Agyness Deyn si è presentata al casting e ha svolto la parte con un atteggiamento aperto e sincero. “Non sapevo fosse una modella ma ho capito subito che sarebbe stata perfetta per il mio personaggio.” All’inizio del film Chris è una ragazzina di 14 anni che va a scuola mentre alla fine è una donna di 21 anni. Nel film c’è una grande crescita della protagonista: passa dall’essere studentessa, a donna sposata, madre ed infine vedova. Un racconto di formazione che segue la giovane donna senza staccarsi mai da lei.

Aperto alle improvvisazioni e alle novità che sorgono sul set, Terence Davis lavora con i suoi attori in modo molto particolare insegnandogli a “non recitare ma essere” quel personaggio. Anche i costumi sono molto importanti per il regista e devono essere seguiti per bene, assomigliare a quelli indossati all’epoca e soprattutto devono sembrare usati.

Un’opera straordinaria che racconta il profondo legame con la terra e, allo stesso tempo, la forza di scegliere come vivere la propria vita.

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Oil City Confidential è un film di Julien Temple che ripercorre la storia di una delle band rock più popolari degli anni settanta: i Dr. Feelgood. Formata da Lee Brilleaux (cantante), Wilko Johnson (chitarrista), John B. Sparkes (bassista) e John Martin (batterista), la band nasce intorno al 1970 a Canvey Island, nell’estuario del Tamigi della contea dell’Essex, in Inghilterra (divenuta un importante centro petrolchimico dopo la Seconda Guerra Mondale). Crescendo tra gli Shadows, i Rolling Stones e Johnny Kidd & the Pirates, i Dr. Feelgood diventano conosciuti e amati da milioni di persone grazie soprattutto all’energia e al talento del chitarrista Wilko Johnson e del cantante Lee Brilleaux.

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Con un montaggio forte e vivace di interviste, fotografie, filmati originali, Oil City Confidential è un film documentario del 2009.

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Julien Temple, a Torino con il suo nuovo lavoro “The ecstasy of Wilko Johnson”, è il Guest Director del 33 Torino Film Festival. Dopo sei anni da “Oil City Confidential”, torna a occuparsi del chitarrista dei Dr. Feelgood, Wilko Johnson.

The Nightmare: Un classico documentario americano

Paralisi del sonno, ne avete mai sentito parlare ?

Nigthmare diretto da Rodney Ascher fa vedere che cos’è.

Il documentario comincia col spiegare etimologicamente la parola “nightmare” (“incubo”) per arrivare alla paralisi del sonno, detta anche “paralisi ipnagogica”, una condizione in cui il nostro corpo è paralizzato ma la nostra mente no, quindi non ci possiamo muovere ma sappiamo che cosa succede intorno a noi.

Ascher filma la storia di otto persone che hanno deciso di concedersi alla telecamera raccontando i momenti in cui la paralisi del sonno faceva capolino di notte con tanto di mostri intorno al letto.

L’atmosfera che evoca in sala è di tensione si sussulta parecchio, presi alla sprovvista. Le scelte di messa in scena non sono però efficaci, forse perché ci si attiene troppo alle descrizioni dei protagonisti, senza inventiva.

Le scene in cui i protagonisti rivivevano i loro momenti di terrore a letto e non, sono abbastanza credibili, delle “good story”. Man mano che il film va avanti però la sensazione di stare vedendo qualcosa che ricorda molto nell’atmosfera una puntata fittizia e irreale di “Ghost Adventures”, un programma televisivo americano, si fa sempre più vivida.

L’argomento è interessante, i protagonisti spiegano nei dettagli le loro emozioni e sono molto aperti nel raccontare le proprie storie, ma l’impressione è quella di vedere attori che raccontano storie capitate ad altri.

Un documentario che merita per l’argomento, riesce a far ritornare indietro la mente: sbirciamo in qualche ricordo per vedere se anche a noi è capitato qualcosa di simile ma per gli elementi che mirano a rendere la storia reale no.

Siamo di fronte ad un documentario che può piacere e non, molto soggettivo.

Ma vi invito lo stesso a trarre le vostre conclusioni come ho fatto io.

The dressmaker – Il diavolo è tornato

1951. Dopo quasi vent’anni, Tilly (interpretata dall’attrice premio Oscar Kate Winslet) fa ritorno a Dungatar, luogo da cui era stata allontanata quando era solo una bambina in seguito ad un tragico evento, per occuparsi della madre Molly (interpretata dall’attrice candidata all’oscar Judy Davis). Il ritorno di Tilly genera turbamento tra gli abitanti. In un piccolo paese come Dungatar, sperduto nel nulla e circondato da immensi campi di grano, tutti conoscono tutti e ovviamente tutti sanno tutto di tutti.  Con il suo fascino e la sua eleganza Tilly, talentuosa stilista,  conquista gli sguardi di molti. Primo fra tutti, il sergente Farrat (interpretato da Hugo Weaving), un uomo per bene ma con un segreto: ama le stoffe, i tessuti, gli abiti e soprattutto le piume. Anche il giovane Teddy Mcswiney (Liam Hemsworth) rimane incantato dalla bellezza della giovane donna tanto da innamorarsi di lei. Ed infine le donne del villaggio, attratte dalle sue abilità sartoriali, iniziano a commissionarle numerosi abiti. Ma è un ricordo sfocato che tormenta Tilly e che, lungo tutto il racconto della storia, cercherà di far riaffiorare nella sua memoria.

Una storia di segreti, di bugie, di amore (tra madre e figlia e tra Teddy e Tilly) ma soprattutto di vendetta.

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Un film di Jocelyn Moorhouse con un cast strepitoso formato da una fantastica Kate Winslet, perfetta nella sua interpretazione, una pazza ma eccezionale Judy Davis, un affascinate Liam Hemswort e con Hugo Weaving, Shane Bourne, Alison Whyte, Sarah Snook, Sacha Horler, Gyton Grantley e Caroline Goodall.

Tratta dal romanzo di Rosalie Ham, una storia irresistibile che intreccia commedia e, allo stesso tempo, tragedia con elementi emotivamente molto profondi. Tra le risate e le lacrime in sala, un mix affascinante che ha coinvolto tutti senza staccare gli occhi dallo schermo e soprattutto dalla splendida Kate.

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Il blog degli studenti del Dams di Torino