“En chance til” (“A Second Chance”) di Susanne Bier

“Questo film parte dall’immagine di qualcuno che porta via un bambino da un luogo in cui non sta bene”.  È con queste parole che Susanne Bier (regista danese, vincitrice del premio Oscar nel 2011 per Un mondo migliore) presenta il suo ultimo film, A Second Chance, un’opera a metà tra dramma e thriller che vede nel ruolo di protagonista Nikolaj Coster-Waldau (Il Trono di Spade, Headhunters).Quando il giovane detective Andreas, indagando su un caso di violenza nell’appartamento di due tossici, trova un neonato in condizioni a dir poco disagiate, il suo primo istinto è di sottrarlo alla coppia e affidarlo ai servizi sociali. Ma in seguito a una serie di circostanze, finisce per portarlo a casa e accudirlo come se fosse suo. Questo fatto dà il via a una catena di eventi con cui Andreas e tutti quelli che gli stanno vicino (tra cui la moglie Anne e il collega Simon) dovranno fare i conti.

Il film tratta argomenti quali la droga, la povertà e la depressione post-parto con un tono duro e crudo, lasciando allo spettatore il compito di giudicare. Il titolo del film è quanto mai appropriato: tutti i personaggi della storia hanno una seconda possibilità. Simon ha la possibilità di uscire dal baratro in cui l’alcol l’ha trascinato dopo il suo recente divorzio. Sanne, la madre del bambino, ha la possibilità di ripulirsi dalla droga e tornare a una vita normale. Andreas ha la possibilità di essere di nuovo padre e di rimediare agli errori commessi.

Il film si ispira a fatti realmente accaduti: la vicenda del neonato Pete, in Gran Bretagna, la cui famiglia venne visitata sessanta volte dai servizi sociali i quali non riuscirono a togliere la tutela del bambino ai genitori. Così Pete morì a causa di gravi problemi di salute dovuti alle condizioni in cui viveva. La Bier ha usato questo fatto di cronaca per costruire l’ambiente famigliare dei due tossicodipendenti con la giusta dose di credibilità, il che conferisce al film anche un intento di denuncia sociale.

In questo dramma familiare la sceneggiatura è forse l’elemento più debole, soprattutto nel finale che risulta scontato in quanto si affida a stereotipi del genere. Tuttavia, con En chance til la Bier si conferma uno degli autori più vicini alla realtà quotidiana della gente comune. Cito una frase detta da lei in Conferenza stampa: “Quando non sai più quanto costa un litro di latte al supermercato, non puoi aspettarti di raccontare con efficacia il mondo reale”.

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