“Abacuc” di Luca Ferri

“Il postmodernismo è flatulenza”. Luca Ferri: alla ricerca di una nuova estetica

Nessuno può negare che il cinema italiano stia vivendo una condizione difficile. Eppure il Torino Film Festival scova un gioiello: Abacuc di Luca Ferri. C’è chi crede che tutto sia stato già realizzato e che si assista ad un’inesorabile riproposizione di modelli preesistenti. Ecco, non avevano ancora visto l’ultimo lavoro di Ferri.  Abacuc è un “film di morti, con morti e fatto da morti”, tanto innovativo da oscurare il cortometraggio proiettato poco prima di Giacomo Abruzzese dal titolo This Is the Way (la storia di una ragazza con due madri lesbiche e due padri gay), interamente girato con uno smartphone.Il lungometraggio di Ferri è il risultato di una gestazione durata quattro anni. Il progetto è stato reso possibile anche grazie all’apporto di Dario Agazzi che ha curato  creando partiture musicali inceppate e inclassificabili. Girato in Super 8, l’opera del regista italiano narra la vita di Abacuc, un uomo solitario che abita un ambiente alienante e deserto.

Interpretato da Dario Bacis (nella vita reale è guardia giurata in un ipermarket), questo eremita grottesco e dalla mole “cetacea” ricorda sia i personaggi psicotici di Ciprì e Maresco che Re Ubu per la capacità di perdersi nell’eterno ed immaturo se stesso. La recitazione di stampo craigiano non smentisce la struttura a ingranaggi della pellicola. Abacuc è un’epigrafe all’estetica postmoderna, ormai sepolta da una nuova religione i cui dogmi sono la meccanicità, la reiterazione visuale e musicale e il colto citazionismo. La meccanicità, che diventa autoflagellazione, è pervasa da un certo decadentismo rabelaisiano acuito nei momenti in cui la voce off, assolutamente innaturale e robotica, dice frasi prive di logica, come: “Il jazz è per eiaculare precocemente”, “Il meccanismo jazz è un modo per castrare e fottere”, “I prepuzi di Gesù erano dodici”, e così via…

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