“One Cut, One Life” di Lucia Small

Lucia Small ritorna al Torino Film Festival a sette anni da The Axe in the Attic senza la compagnia del noto collaboratore Ed Pincus venuto a mancare il 5 Novembre dello scorso anno. In fondo però è come se Pincus fosse stato con noi in sala. Il documentario infatti è una carrellata di immagini, di esperienze e di pillole di saggezza dell’uomo e della sua malattia terminale.  L’ultima pagina del suo Diaries 1971-1976.Poco dopo aver perso due delle sue più grandi amiche, la regista  ha saputo che era stata diagnosticata a Ed una malattia al midollo osseo. In breve, i due hanno deciso di realizzare questo lungometraggio, l’ultima occasione per lavorare insieme. L’obiettivo era fare con questo film una riflessione sulla vita da due diversi punti di vista, passandosi la telecamera l’uno con l’altro.  In realtà c’è un terzo occhio, quello della moglie di Ed, Jane. E’ strano il triangolo amoroso che va a crearsi. Tra Lucia e Ed c’è un rapporto di stima reciproca, di rivalità, di amicizia, qualcosa che va oltre il matrimonio di Ed e Jane.

“Voglio fare un film che sia alla tua altezza, perché ti amo”, queste sono le parole che dice Ed a Lucia. Perché la moglie cinquantenne di Ed, stanca di essere costantemente ripresa nella sua vita privata e infastidita da questo rapporto intimo tra suo marito e la bella e giovane regista, non spegne la telecamera e allontana Lucia? Jane ci dà la risposta quando, ormai arresa di fronte alla malattia, dice: “C’è poco tempo per litigare”.

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Lucia Small confessa di essersi sentita talvolta più “amante” che coautrice del film, ma l’unico vero amore di Ed è la sua compagna di vita, la quale collabora al film permettendo al marito di realizzare il suo testamento, una prova di amore per la vita e per il cinema.

Il lavoro di ripresa e di montaggio, compatibilmente con lo stato di salute di Ed, è stato fatto insieme, ma la regista si è trovata ad elaborare da sola, nei quattro mesi successivi alla sua scomparsa, il materiale restante. “In quel periodo di desolazione, rimanendo davanti al computer per ore con le immagini di una persona che non c’è più, non hai mai pensato di mollare tutto?” le chiede uno spettatore. “Sempre”, risponde la regista, “ma la volontà di Ed mi ha fatto andare avanti”.

 

Ed Pincus non ci consiglia semplicemente di vivere ogni giorno come se fosse l’ultimo ma ci sprona ad amare la vita durante l’arco dell’esistenza e compiere ogni gesto pensando alla sua conseguenza. One Cut, One  Life, appunto: il principio della tradizione dell’arte della spada giapponese.

Questo documentario, contrariamente alle aspettative, parla di vita e non di morte. Usciti dalla sala il desiderio di ognuno è di tornare a casa e abbracciare i propri genitori.

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