“Duel” di Steven Spielberg

Nel percorrere le assolate e solitarie strade della California a bordo della sua Plymouth arancione, il commesso viaggiatore David Mann (Dennis Weaver) s’imbatte in un’autocisterna che procede decisamente adagio per il limite di velocità imposto dalle autorità stradali. Dopo aver pazientemente atteso che il conducente prema un po’ di più l’acceleratore, David gli chiede con il clacson di lasciarlo passare ed esegue la manovra. Ma l’autista, letteralmente “invisibile”, una volta che questi lo ha sorpassato, decide di seguirlo e di perseguitarlo al fine di rendergli la vita impossibile. Violenza psicologica, di quelle che ti logorano i nervi. E David non può fare nulla perché l’individuo, di cui non saprebbe fornire nemmeno un identikit in quanto non l’ha mai visto, non sta violando i suoi diritti né può essere penalmente perseguibile solo perché, “casualmente”, si ritrova tutte le volte a fare il suo medesimo tragitto. Ormai in continuo stato di panico, David decide di farla finita, ingaggiando un mortale duello a colpi di acceleratore…Nel 1971, a ventiquattro anni, appena terminati gli studi e con pochi dollari in tasca, il futuro regista de I predatori dell’Arca perduta (1981), E.T. – L’extraterrestre (1982), Schindler’s List (1992), Jurassic Park (1993), Salvate il soldato Ryan (1998), Prova a prendermi (2002) e Munich (2006) realizza con Duel un’opera folgorante. Solo un genio come quello di Steven Spielberg poteva costruire un film avente come protagonisti un camion e un’auto. Nella vicenda dell’uomo inseguito dal gigante di ferro, ciò che più impressiona è il manto d’ignoto che avvolge l’azione. Spielberg  non rivela mai allo spettatore il volto dell’autista-killer, ed è proprio questa semplicissima soluzione drammaturgica a innescare il fastidioso senso di persecuzione.

Duel è un thriller ben congegnato, in cui la routine di un viaggio di lavoro si trasforma improvvisamente nel peggiore incubo di un automobilista, che potrebbe essere ognuno di noi. Sceneggiato da Richard Matheson, maestro dell’horror quotidiano (scrisse, tra gli altri, Io sono Helen Driscoll, Trilogia del terrore, La pulsantiera, Io sono Leggenda e Al di là dei sogni), e tratto da un suo racconto, Duel è nato come film TV ed è stato girato in appena 16 giorni. Nel ’73 fu distribuito – allungato di un quarto d’ora – nelle sale cinematografiche e divenne un successo internazionale.

A parte la maestria tecnica (e un notevole senso del ritmo e dello spazio), Spielberg ha il merito di aver trasformato, spingendo una situazione banale alle estreme conseguenze, un on the road movie qualsiasi in un thriller onirico e angoscioso dagli evidenti risvolti metaforici. Nonostante i suoi quarantatré anni di età, non ha perso un’oncia della sua potenza visiva. Montaggio, riprese e costruzione della suspense sono solo avvisaglie di ciò che quattro anni più tardi sarebbe deflagrato nel magistrale passo successivo, Lo squalo (1975), che lo imporrà all’attenzione del grande pubblico. Alcune sequenze scartate in fase di montaggio vennero riciclate in una puntata de L’Incredibile Hulk, con Lou Ferrigno, nella quale Bill Bixby guida l’auto e il Tir è pieno di microchip trafugati anziché benzina. Gli epigoni non si contano: partendo dal misconosciuto The Car – La macchina nera di Elliot Silverstein (1977), si passa attraverso il kinghiano Christine – La macchina infernale di John Carpenter (1983) e le varianti girate da Robert Harmon (The Hitcher – La lunga strada della paura, 1986; Highwaymen – I banditi della strada, 2004; Deran Serafian (Gli scorpioni, 1993]; per approdare a un presunto – anche se illeggittimo – remake prodotto da J.J. Abrams, Radio Killer (2001), e all’ultimo, sottovalutato Grindhouse – A prova di morte di Quentin Tarantino (2007).

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