“What We Do in the Shadows” di Taika Waititi e Jemaine Clement

Una sveglia suona. Un braccio che esce da una bara tenta di spegnerla. La prima immagine di What We Do in the Shadows è emblematica dell’intero film, girato in stile mockumentary sulla vita quotidiana di quattro vampiri che condividono una villa in Nuova Zelanda. Ci vengono quindi presentati Viago (379 anni), il dandy di famiglia, Vladislav (862 anni), un vampiro capellone e anche un po’ pervertito, Deacon (183 anni), il giovane ribelle, e Petyr (8000 anni), il più anziano che assomiglia ormai a Nosferatu e ha smesso di parlare e di uscire la notte.

La premessa del film è semplice: essere vampiri non è facile, perché oltre ai pericoli mortali (Wellington pullula di cacciatori di vampiri che non vedono l’ora di utilizzare i loro crocifissi), si aggiungono anche i problemi quotidiani, ulteriormente complicati per i quattro coinquilini data la loro natura sovrannaturale. La situazione fa esplodere l’ilarità, perché i due registi Taika Waititi e Jemaine Clement hanno preso tutti i cliché e le leggende riguardanti queste creature mitologiche e le hanno messe insieme, mostrandone il risvolto comico invece di quello spaventoso.

Immaginate di non poter vedere il vostro riflesso allo specchio. Come fate a essere sicuri che l’outfit scelto vi doni? Un problema non da poco per dei vampiri, che da sempre al cinema sono rappresentati come le creature più eleganti e alla moda (basti ricordare la loro ultima apparizione in Solo gli amanti sopravvivono). Gli stratagemmi adottati dai quattro protagonisti per eludere lo spiacevole inconveniente includono vestire un manichino con gli stessi abiti o osservarsi nello schizzo disegnato dagli altri coinquilini per farsi un’idea del proprio aspetto.

C’è poi la questione riguardante la pulizia della casa: riuscire a mantenerla linda quando ogni notte ognuno di loro uccidendo una vittima provoca ingenti fuoriuscite di sangue che macchiano e sporcano tutto non è facile, ed è un problema che tormenta soprattutto Viago che si occupa di indire regolarmente una riunione condominiale per dividere i lavori domestici e per rimproverare chi non contribuisce abbastanza, raccomandando ai suoi coinquilini di coprire il pavimento con dei giornali prima di dissetarsi (anche se in realtà è il primo ad avere seri problemi con la procedura, dal momento che morde sempre l’arteria principale del collo facendo così schizzare il sangue ovunque.

What We Do in the Shadows

Grazie ad alcune interviste facciamo la conoscenza di coloro che vivono accanto ai simpatici vampiri, tra i quali è Jackie, la serva di Deacon che in cambio dei suoi servigi (che consistono soprattutto nel trovargli giovani vergini) aspetta ansiosamente di essere trasformata in vampiro per non invecchiare più, e Nick, che da ignara vittima diventa anche lui vampiro, innescando una serie di situazioni tragicomiche.

Il tono di questa riuscita commedia in chiave horror ricorda il cartoon di Genndy Tartakovsky Hotel Transylvania, albergo dove si svolge la vita normale (si fa per dire) di tutti i tipi di mostri mentre sono in vacanza al sicuro dagli esseri umani.

Anche nel film dei registi neozelandesi (che interpretano due dei protagonisti) si vedono mostri di vario genere, dai lupi mannari che devono stare attenti a non strapparsi i vestiti quando si trasformano, agli zombie passando per le banshee, tutti organizzati in club e comunità (o branchi) con le quali i quattro vampiri hanno rapporti più o meno lieti.

Questo lungometraggio (tratto da un precedente corto dei registi) è l’ennesima dimostrazione di come sia possibile fare film brillanti con un budget ridotto e senza vergognarsi di pescare a piene mani dai B-Movie. È un film orgogliosamente trash che vuole fare ironia su tutto (Deacon è stato un vampiro nazista che è dovuto scappare in Nuova Zelanda dopo la Seconda Guerra Mondiale) e riesce a reggere per tutta la sua durata elaborando sempre sulla stessa idea di partenza.

Al TFF può quindi succedere che un piccolo film neozelandese che parla di vampiri ci regali un po’ di fiducia verso l’industria cinematografica e ci faccia sperare in una sua (quanto mai improbabile) distribuzione nelle sale italiane. Non ci resta che dire grazie.

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