“Still Alice” di Richard Glatzer e Walsh Westmoreland

Alice Howland (Julianne Moore) è una vivace e affascinate professoressa di linguistica presso la Columbia University di New York che vive felice con il marito neurologo (Alec Baldwin) e i tre figli  (Kate Bosworth, Kristen Stewart e Hunter Parrish). Allarmata da continue dimenticanze e momenti di smarrimento, Alice decide di sottoporsi ad una visita specialistica temendo di avere un tumore al cervello. L’esito è però ben diverso, infatti le viene diagnosticata una forma precoce e genetica del morbo di Alzheimer. Colta da una sorta di imbarazzo, inizialmente Alice non vuole confessare a nessuno la sua malattia, ma dopo essersi nuovamente smarrita nella città e terrorizzata dall’idea che anche uno dei suoi figli possa aver contratto lo stesso morbo, decide di confessarlo alla sua famiglia.  La progressiva perdita del linguaggio e, cosa ben peggiore, della memoria, non le impedisce però di lottare per sé stessa e  per mantenere vivi quei ricordi che hanno rappresentato le fondamenta della sua vita.

Basandosi sul bestseller scritto da Lisa Genova, i registi Richard Glatzer e Walsh Westmoreland raccontano la rapida progressione della malattia che ha colpito la donna e le inevitabili conseguenze che questo percorso comporta nella vita del marito e dei figli, trovatisi impotenti di fronte ad una malattia che non può essere combattuta in alcuna maniera. Infatti, sebbene il morbo di Alzheimer sia una patologia che è stata descritta per la prima volta dal neuropatologo tedesco Alois Alzheimer nel 1906, ad oggi non esistono terapie che la possono curare.

Rispettando la soggettività del romanzo, narrato in prima persona, lo spettatore viene coinvolto nel decorso della malattia e nel progressivo declino delle facoltà cognitive della protagonista grazie a “giochi” di messa a fuoco e profondità di campo, che danno la percezione di poter effettivamente vedere attraverso gli occhi di Alice, escludendo alla vista e alla comprensione dello spettatore quanto per lei non è più comprensibile.

Still Alice racconta la storia della deriva di una donna brillante e intelligente che, poco alla volta, perde le tracce di se stessa, di quella che è stata e di quello che ha costruito nella sua vita, ma che comunque trova la forza di lottare per tenere stretti,  quanto più a lungo possibile, i ricordi, le emozioni, i volti e i nomi dei figli e delle persone care.

Affrontare la malattia sul grande schermo è sempre rischioso: è facile cadere in forme di patetismo banale o ancor peggio, di esibizionismo, nel tentativo di dar voce ad una malattia che spesso non viene compresa come l’Alzheimer. Ma non è questo il caso: di Still Alice  colpisce infatti la delicatezza, la timidezza necessaria da percorrere quando si parla di una malattia che è una tragedia di sempre più lunghi ed impenetrabili silenzi, a volte squarciati da attimi di improvvisa consapevolezza.

Come ultima nota (ma non per importanza) da sottolineare è l’ennesima brillante interpretazione di Julianne Moore, che come sempre riesce a modellare il suo corpo e le espressioni del volto a quelle fragili, che annaspano per risalire in superficie, di Alice facendo vibrare ogni singola corda emozionale rendendo i compagni di set poco più che figure sbiadite.

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