“Bella e perduta” di Pietro Marcello

<<Chi la ridusse a tale? E questo è peggio,/ Che di catene ha carche ambe le braccia; / Sì che sparte le chiome e senza velo / Siede in terra negletta e sconsolata, / Nascondendo la faccia / Tra le ginocchia, e piange. / Piangi, che ben hai donde, Italia mia…>>.

Dopo La bocca del lupo, vincitore della 27a edizione del Torino Film Festival, il Tff dedica la serata di pre-apertura al nuovo travagliato lavoro di Pietro Marcello intitolato Bella e perduta. Unico film italiano in concorso al Festival Internazionale del Film Locarno 2015, Bella e perduta è una docu-fiaba amara, una denuncia poetica del collasso tra natura e uomo. Ma è anche un requiem stonato per la Repubblica italiana, un candido urlo contro gli indifferenti, casta immortale di disfattisti.

Il protagonista del racconto è l’umile pastore Tommaso Cestrone, tipico auto-personaggio alla Marcello. L’angelo di Carditello, così come è stato ribattezzato, è l’unico volontario al servizio della Reggia di Carditello, simbolo di una bellezza maltrattata e dimenticata. Fiumi di macerie e gomme di automobili inquinano la magia del luogo, diventato oramai discarica della memoria. Solo Tommaso si prodiga a bonificare l’incuranza del mondo. Tra le sue ultime volontà vi è anche quella di trarre in salvo Sarchiapone, un giovane bufalo parlante che, a tratti, ricorda la malinconica poesia celata in Balthazar, l’asino protagonista di Au hasard Balthazar di Robert Bresson.

A questo punto compare Pulcinella che, dalle recondite viscere del Vesuvio, giunge nella Campania dei giorni nostri per esaudire il desiderio di Tommaso. Pulcinella e Sarchiapone intraprendono un viaggio nei territori dimenticati della terra dei fuochi. Un viaggio dolente che non riserba alcuna vittoria né speranza.

Bella e perduta è un film proteiforme e dalle molteplici vite. Concluso dopo due anni di gestazione, l’intento iniziale del regista è accantonato a causa della morte improvvisa per infarto di Tommaso Cestrone. Non resta che fondere gli accenni di realtà con accenti più onirici che fiabeschi. La figura di Pulcinella è ricondotta intelligentemente al suo significato primordiale di psicopompo sciocco al servizio degli immortali.

Seppure i protagonisti improvvisino attorno ad un canovaccio predefinito, non si riesce mai a raggiungere la sincera potenza espressiva della transessuale Mary Monaco ed Enzo Motta, protagonisti de La bocca del lupo. Tommaso e l’interprete di Pulcinella sono corpi sospesi e schiacciati improvvisamente dalla potenza della natura, madre e carnefice nello stesso istante. E la stoltezza umana si concretizza negli sguardi, ripresi in soggettiva, di Sarchiapone che, in balia dell’uomo, spera di sopravvivere. Ma ormai tutto è destinato a crollare e troneggia l’effigie sulla tomba di Tommaso: “ce ne ricorderemo di questa terra?” Probabilmente no. O forse si ma sarà troppo tardi. E non ci resteranno che le tue lacrime Sarchiapone… e le nostre.

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