“The Devil’s Candy” di Sean Byrne

Nel profondo Sud dell’america rurale, la mitica terra dei good ol’ boys, insomma in Texas, c’è una giovane e amabile famigliola che cerca casa. Il padre, Jesse, è un pittore, e ha trasmesso la propria passione per la musica metal alla figlia adolescente, mentre la madre lavora in un salone di bellezza; tutto sommato, una normalissima famiglia moderna.

Ma, ottenuta con grandi sacrifici la casa dei loro sogni, essi scoprono che questa è stata il teatro di efferati delitti compiuti da un uomo, un killer deforme obeso modellato sul serial killer John Wayne Gacy (l’attore, Pruitt Taylor Vince, già aveva interpretato un personaggio curiosamente simile ma allo stesso tempo opposto in Constantine). Le voci che lo tormentano lo costringono ad uccidere bambini e giovani ragazzi per soddisfare l’ingordigia del suo demoniaco Maestro, che è, nientepopodimeno, il Diavolo in persona, il quale ha messo gli occhi sulla figlia adolescente di Jesse – quella che lui considera “la caramella più dolce di tutte”.

Sean Byrne è il regista di questo film, un horror in cui la musica fa da protagonista. E’ musica di un genere particolare, quello metal, anzi thrash metal (Metallica, Slayer, Megadeth), e la colonna sonora viene costantemente messa in risalto per dettare i tempi del montaggio e il gusto visivo di scenografie (pareti tappezzate di poster), costumi, magliette e tatuaggi dei protagonisti. Il punto di forza del film è proprio nel soddisfare i fan di questo genere musicale con continui riferimenti ed omaggi ai suoi “mostri sacri”.

Avrei voluto e potuto amare The Devil’s Candy per l’ambientazione, le musiche e la cultura metal e le tematiche sataniste. Ma, purtroppo, non bastano gli ingredienti giusti per preparare un buon piatto. Per fare un buon piatto, come un buon film, ci vogliono soprattutto esperienza, senso della misura, capacità di improvvisare e uscire dal tracciato con sicurezza.

Proprio come accade spesso per il genere di musica che intende omaggiare, questo film finisce per essere ripetitivo, incapace di sorprendere, e soprattutto senza il mordente necessario per impaurire. Non c’è abbastanza drammaticità o tensione, il sangue cola poco, il mostro cattivo è un bambinone che non spaventa – se non quando impugna una pistola per breve tempo maneggiandola proprio come farebbe un bambino, il che crea il momento di maggior disagio dell’intero film.

Le musiche, per quanto belle, sono incapaci di sorreggere la tensione per l’intera durata del film, ed è discutibile che appartengano soltanto al thrash metal, escludendo generi come il death, black e doom che avrebbero reso meglio il senso di malvagità, oppressione e pericolo che la presenza demoniaca/omicida avrebbe dovuto creare. Anche la partecipazione del gruppo musicale Sunn O))) ai sound effects, per quanto apprezzabile, è limitata dalla costante ripetizione del medesimo tema (il sussurro del demonio) che diventa fin troppo familiare e perde rapidamente ogni mordente.

Appaiono insomma troppo presenti la mano del regista, i suoi gusti personali, la sua voglia di far sposare immagini e musiche ad ogni occasione, e il film ne soffre in scorrevolezza, ma non è comunque sconsigliato a priori: ha i suoi pregi e troverà sicuramente un suo pubblico.

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