“Hele sa hiwagang hapis” (“A Lullaby to the Sorrowful Mystery”) di Lav Diaz

Quando guardi un film di 8 ore tutto è strano, dopo un po’ la storia svanisce dalla tua testa, quello che ricordavi del passato è annebbiato impedendoti di ricollegare tutti i punti, quello che puoi pensare del futuro diventa poco a poco incerto e ti ritrovi perso e aggrappato al presente e a questo monumentale film di Lav Diaz.

La foresta che praticamente per tutto il film avvolge i personaggi è un contenitore di  speranze forse irraggiungibili e di spiriti, una selva oscura dantesca in cui ognuno perde se stesso e la testa alla ricerca di qualcosa, Gregoria de Jesus è alla ricerca di suo marito Andres Bonifacio, storica figura che diede inizio alla rivolta filippina contro l’oppressione spagnola (1896-1897), Isagani, intellettuale e poeta, cerca il coraggio di ritornare a lottare mentre le rivolte vengono brutalmente soffocate e una congrega di religiosi cerca il mitologico personaggio Bernardo Carpio.

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Lav Diaz

In questa ricerca tutto appare sull’orlo della follia, la narrazione è facile per Diaz che le dà vita al momento opportuno e la fa svanire con uguale facilità, tutto sembra fermo e improvvisamente vivo allo stesso tempo. Le inquadrature sono sature e i movimenti ridotti all’osso,  il bianco e nero non regala mai certezze sulla realtà e fasci di luce squarciano la notte mentre il fuoco brucia in quasi tutte le scene.

Ma questo film è soprattutto teso ad un messaggio politico, quello che Lav Diaz vorrebbe mandare a tutto il suo popolo, quello di risvegliarsi dal torpore e di smetterla di aspettare un futuro migliore mentre viene schiacciato dagli oppressori che allora come ora, se ne approfittano in ogni dove come spiritelli meligni. “Why, uncle?”, “Perché?” chiede proprio Isagani al suo saggio zio mentre il film è quasi arrivato a conclusione, perché a tutto questo sembra non ci sia cura? Grazie della domanda Lav.

Bernardo Bernardo (att.)
Bernardo Bernardo, attore del film, in Conferenza stampa al TFF 34
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