“Manazil bela Abwab” (“Houses Without Doors”) di Avo Kaprealian

“Dopo che sono stato arrestato per la seconda volta, ho provato il bisogno di realizzare un film rivoluzionario e , così, ho deciso di mettermi al balcone e riprendere la vita reale attraverso l’obiettivo”   Avo Kaprealian

L’emancipazione di un bambino, attraverso la separazione dal suo peluche e dal ritratto di sua madre, apre le porte allo spettacolo inquietante della guerra in Siria e condivide con lo spettatore l’esistenza dei rifugiati nel quartiere Al Minadi di Aleppo. “La storia è quella di una madre qualunque, di un padre qualunque, è una storia di Tutti”: con queste parole Avo Kaprealian descrive il cuore pulsante del suo documentario, che trova la sua radice nella necessità di assumere una prospettiva riguardo ciò che stava accadendo attorno al regista.

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Per realizzare un documentario di questo tipo “devi decidere quando e come schierarti, devi decidere se lavorare la terra o con l’arte” e,  se scegli l’arte, “devi fare attenzione a ogni piccolo gesto”.

Oltre a montare immagini di repertorio con immagini filmate, il regista adotta delle scelte di ripresa dettate dallo stile underground sia per cause maggiori sia per gusto estetico e adopera come audio mixing la moltiplicazione dei suoni delle sirene o del televisore sempre sintonizzato sul telegiornale locale, di rumori come lo scoppio di una bomba o le sirene della polizia o il battito d’ali di un colombo bianco.  Allo stesso modo il regista decide consapevolmente di focalizzare l’attenzione dello spettatore su “dove ero io fisicamente” e non sulla situazione generale in cui attualmente si trova la Siria.

Il titolo Houses Without Doors deve la sua origine al ricordo della madre, che rientra a casa e non trova la porta perché sepolta dalle macerie. Una casa senza porta non può chiamarsi casa.

19 Novembre, Cinema Lux, Tff international.doc

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