“I figli della notte” di Andrea De Sica

“Mi sono detto: ma se prendessimo una storia di ragazzi e la rappresentassimo come se fosse Shining? Mi piaceva raccontare una storia di adolescenza ma come se fosse un film horror, perché l’adolescenza a volte può essere decisamente horror”. Con queste parole Andrea De Sica presenta I figli della notte, film in concorso al Torino Film Festival 2016, giustificando la scelta di un genere lontano dalle tendenze del cinema italiano contemporaneo. Non una commedia sui giovani, quindi, né tantomeno un film “sulla solita freddezza dei ragazzi ricchi”: De Sica cerca l’empatia tra personaggi e spettatore proponendo un horror teen rivisitato e decisamente fuori dagli schemi. Tema centrale del film è il dramma dell’isolamento di un gruppo di ragazzi che vivono in collegio e sviluppano una forte insofferenza nei confronti dei genitori in primis, ma soprattutto degli insegnanti e dei coordinatori della struttura, tutti complici e tacitamente concordi nel reprimere la libertà individuale dei ragazzi.

Il diciassettenne Giulio viene costretto dalla madre a trasferirsi in un collegio frequentato da rampolli di ricche famiglie, destinati a formare la nuova classe dirigente. Dopo una prima fase di scontri con l’inevitabile goliardia del luogo, il ragazzo prova ad ambientarsi, grazie anche al legame che stringe con Edoardo, giovane sfrontato e refrattario alle regole ferree del collegio. Una fuga notturna porta i ragazzi in un vicino locale notturno, luogo che rappresenterà l’unico divertissement nei successivi mesi di permanenza: qui Giulio conosce Elena, giovanissima prostituta che sembra vedere nel ragazzo la sua ancora di salvezza. Ma la trama prende inaspettatamente una piega tragica e violenta: non solo la giovane coppia, ma tutti i ragazzi del collegio soccomberanno alla violenza psicologica dell’isolamento fisico.

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Luigi Bignone, Vincenzo Crea, Ludovico Succio, Pietro Monfreda ne “I figli della notte” di Andrea De Sica

De Sica gioca con il cromatismo della fotografia per rendere questo forte contrasto tra il soffocamento degli spazi chiusi, dipinti di un grigio cupo, la freddezza e la vastità del paesaggio circostante – lo splendido Lago di Braies circondato dal bianco della neve – e la carica violenta del rosso del sangue e del locale. Gli spazi – i lunghi corridoi simmetrici del collegio e gli ampi spazi esterni – sono un chiaro omaggio a Stanley Kubrick, mentre le atmosfere immaginifiche ed evocative richiamano David Lynch. E se la dimensione risulta quasi fiabesca, i risvolti “dark” della trama ricordano le atmosfere della beat generation. Le musiche, invece, sono “l’elemento che attribuisce un’identità italiana al film”: da Ti sento dei Matia Bazar in chiave dance a Vivere di Pavarotti, attraverso intervalli di musica sacra spogliata di qualsiasi religiosità per divenire un puro strumento di partizione ritmica della scena.

E’ un film che racchiude in sé un mosaico di influenze e citazioni, ma che risulta comunque innovativo: una sorta di “Attimo fuggente in negativo” che descrive magistralmente le personalità borderline dei ragazzi, spinti alla violenza dall’opprimente isolamento fisico e interiore.

 

 

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