“La loi de la jungle” (“Struggle for Life”) di Antonin Peretjatko

Nella mia esperienza di spettatrice, i film francesi, di solito, sono o molto seri o molto poco seri (e in senso buono in entrambi i casi, sempre secondo il mio punto di vista). La loi de la jungle appartiene alla seconda categoria, non solo perché è una divertentissima commedia screwball (e non solo), ma anche perché assume toni fortemente parodistici e satirici verso un mondo, quello delle norme politiche ed economiche europee, estremamente burocratizzato, assurdo e folle, che non ha alcun contatto con la realtà.

Marc Chȃtaigne (Vincent Macaigne) è un impacciato stagista a cui viene assegnato un ingrato compito dal Ministère de la Norme: viene spedito nientemeno che in Guyana, territorio sotto il controllo francese nell’America meridionale, per supervisionare il cantiere del progetto GUYANEIGE, un impianto sciistico ultramoderno (finanziato pure da una Banca dello Sport svizzera, dal Qatar e dai giapponesi), da costruirsi in mezzo alle paludi e che dovrebbe in qualche modo attirare il turismo invernale in quei territori esotici. E già a questo punto ci si fa un’idea della piega sempre più demenziale che prenderà la vicenda, accentuata dal fatto che il povero Chȃtaigne è perseguitato da uno strambo agente del fisco che lo scambia continuamente per un suo omonimo già bell’e sepolto, seguendolo fino in Sudamerica. Una volta raggiunta la destinazione, con il “prezioso” codice delle norme alla mano, Chȃtaigne entra in contatto con Galgaric (Mathieu Amalric), l’autorità rappresentante del governo in Guyana, una sorta di Cetto La Qualunque francese, e con la giovane, carina e “selvatica” collega, soprannominata Tarzan (Vimala Pons), il cui nome è già un programma, che ha il compito di scortarlo in giro per la giungla, tra tarantole, insetti e serpenti sempre in agguato.

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Sarebbe impossibile descrivere tutte le scene esilaranti che costellano i novantanove minuti del film di Peretjatko e che forse, almeno nell’ultima parte, tendono un po’ troppo all’esagerazione e all’inverosimile. Durante queste scene si ride, ma alla fine si ha anche l’impressione di aver riflettuto sui progetti assurdi dell’uomo ai danni dell’ambiente (c’è anche il riferimento alla costruzione di linee ferroviarie ad alta velocità) e quindi sull’assurdità dell’uomo stesso. E anche su cosa deve sopportare un giovane stagista per farsi strada in un mondo pieno di norme, divieti e corsie preferenziali; fino all’ultimo, quando il progetto GUYANEIGE va a rotoli e il potente di turno informa Chȃtaigne che è stato dirottato su un altro progetto in un’isola della Groenlandia: questa volta si tratta di costruire una giungla tropicale. Non dico più nulla, ma sappiate che Peretjatko tira fuori il coniglio dal cilindro e chiude, con un happy ending, con il progetto più folle di tutti i progetti umani: l’amore.

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