“Lady Macbeth” di William Oldroyd

Nel momento in cui sullo schermo cominciano a scorrere – muti – i titoli di coda di Lady Macbeth, la sala è immersa in un silenzio totale, perché quello che si è appena visto si è rivelato essere molto più di quanto ci si potesse aspettare. Spiazzante.

William Oldroyd, affermato regista teatrale con alle spalle un paio di corti, approda al lungometraggio portando in scena l’adattamento del racconto di Nikolaj Leskov Lady Macbeth del Distretto di Mcensk. Con la complicità della sceneggiatrice Alice Birch, lo trasforma però in una storia che potrebbe tranquillamente essere opera di un autore o di un’autrice della Gran Bretagna di metà Ottocento, quasi si trattasse di una versione gotica e lugubre delle vicende delle sorelle Brontë.

La storia di Lady Macbeth si svolge proprio nelle sconfinate brughiere tra l’Inghilterra e la Scozia in piena età vittoriana: la giovanissima Katherine è costretta a sposare un uomo di mezza età che preferisce restare lontano da casa, lasciando la moglie alle costrizioni dello suocero e alle rispettose ma poco amorevoli cure di una domestica. La storia d’amore clandestina di Katherine con Sebastian, lavoratore nella proprietà del marito, farà vivere alla donna un vero e proprio risveglio, sessuale e non solo, che la condurrà alla consapevolezza di poter ottenere una vita libera dalle costrizioni a cui è stata abituata. Katherine è rimasta legata troppo a lungo e la sete di indipendenza la trascinerà in una spirale di morte che darà aria fresca a lei, soffocando però chi le sta intorno.

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L’assenza pressoché totale di musica e gli spazi ampi e vuoti portano in scena la noia e la routine della vita di Katherine, la quale scandisce il passare del tempo sedendosi giorno dopo giorno con i suoi ampi vestiti sul divanetto del salotto o sul davanzale della finestra, che diventano i confini della sua gabbia fatta di benessere materiale. La mano elegante di Oldroyd predilige il campo medio e il mezzo primo piano e riduce all’osso i movimenti di macchina dando vita a inquadrature che sono quasi tableaux vivants che – inscritti in un gioco di luci, geometrie e simmetrie – catturano l’occhio dello spettatore.

Se all’apparenza Lady Macbeth può rientrare nei canoni di un dramma in costume, in realtà è molto di più: una rivincita estrema e inquietante di una donna che, sbarazzandosi delle imposizioni, ha anche perso i propri limiti. Fin dal titolo il richiamo a una delle donne tra le più terribili e pericolose partorite dal genio shakespeariano è lampante: al celebre “What is done cannot be undone” pronunciato da Lady Macbeth, qui si affianca il perentorio, mostruoso e  definitivo “It’s done” di Katherine.

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