“Porto” di Gabe Klinger

Porto è una città nella quale studenti e gabbiani vivono a proprio agio e che riesce a incantare chi, come Jake e Mati, ha perso la propria libertà. Jake, sbandato disposto a qualsivoglia tipo di mestiere pur di stare alla larga dalle imposizioni familiari e Mati, studentessa attraente e brillante, ma non per questo meno afflitta da disagio esistenziale, si avventurano in un amore condannato a cedere alle imposizioni del destino.

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I capitoli del film, intitolati con i nomi dei protagonisti, vogliono mostrare le loro vite, le quali lasciano il posto ai malinconici ricordi di un sentimento evanescente come le inquadrature sfocate, immerse in luci al neon e rapsodie jazz. L’impressionismo e l’atmosfera underground che ne derivano (il film è prodotto da Jim Jarmush) si fonde con echi bertolucciani di scene di sesso purificatore tra due anime in “trappola”.

I corpi degli attori Lucie Lucas e Anton Yelchin (cui il film è dedicato a causa della sua prematura scomparsa) sono simboli di un amore destinato a rimanere flebile ricordo di un tempo perduto. Le labbra carnose e le forme morbide di Mati sono in contrasto con la corporatura nerboruta e legnosa di Jake, non lontana dalle rappresentazioni di Egon Schiele. I due si stringono in un “abbraccio” che non vorrebbero finisse mai.

Ma il buon pretesto di raccontare un amore fugace e salvifico non fa che perdersi in eccessivi salti temporali e scene di sesso prolungate che rischiano di fare smarrire i riferimenti allo spettatore costringendolo all’interno di uno spoglio appartamento, tra candele e scatoloni.

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