“First Girl I Loved” di Kerem Sanga

Galeotto degli amori “teen” nel XXI secolo non è un libro di gesta cavalleresche, né una lettera sigillata da ceralacca: ha meno fascino ma più tecnologia. È lo schermo sempre acceso di uno smartphone.

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Brianna Hildebrand interpreta Sasha

Kerem Sanga dà molta importanza a questo fenomeno nella struttura e nella trama del suo film: non solo gli affida la prima conoscenza tra le due protagoniste, Anne e Sasha, ma ritma il succedersi dei giorni con le chat istantanee in sovrimpressione. Un cellulare è fonte di dipendenza e isolamento, ma anche l’unico rifugio per chi non può trovare altrove un confidente: non in genitori lontani, amici maschilisti, società discriminante. In più è un mezzo imparziale, specchio che non giudica se il destinatario di una carezza è di ugual sesso del ricevente. Così l’attrazione tra la ragazza più brava del liceo e quella più popolare (e campionessa di softball) sboccia in segreto e in silenzio, ma dura poco, come la memoria dei nostri messaggini. Perché da un lato si trasforma in amore, puro, coraggioso, sincero, e dall’altro diventa vergogna, paura, fastidio. E il risultato sarà l’incomprensione prima, l’incomunicabilità poi. In mezzo avviene la crescita di un ragazzo, apparentemente marginale ma sempre più colonna dell’intreccio: Clifton (Mateo Arias), l’unico che abbandona i propri schemi e diventa un adulto. La penombra quasi costante della fotografia ben rimarca l’indecisione che aleggia nelle scelte dei personaggi, e l’atmosfera introspettiva dominante rende questa “versione” de La vie d’Adele perfetta per un pubblico minorenne.

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