“A WINDOW ON THE WORLD” di AXEL OHMAN

A Window on the World, una finestra sul mondo: in fondo la fotografia è proprio questo. Che si tratti di uno scatto personale o di una fotografia che ha fatto la storia, essa mostra e racconta sempre un piccolo pezzo di mondo, non necessariamente vero, ma pur sempre un frammento di realtà. E il cinema non è altro che una serie di fotografie, di scatti e di istantanee in movimento.

Non sorprende quindi che un altro film della sezione Onde sia così legato all’universo fotografico come lo è La madre, el hijo y la abuela di Brunet. E sorprende quindi ancora meno la scelta del regista di girarlo in pellicola Eastman Double X. Axel Ohman, classe 1990, è un giovane regista di origine svedese che con la sua opera prima, A window on the world appunto, ha dimostrato di avere ben chiara in mente la direzione che vuole dare al suo cinema. Secondo le sue dichiarazioni, il film nasce come forma di protesta verso la prerogativa del nostro tempo di avere “tutto e subito”, del poter fare un film usando solo il proprio iPhone. Ecco quindi che Ohman propone un ritorno alle origini attraverso l’uso della pellicola, ma anche attraverso un bianco e nero ruvido e opaco e una vena autoriale che strizza l’occhio alla Nouvelle Vague francese, soprattutto nelle sequenze iniziali.

Protagonisti del film sono Clovis e Kat. Lui è un broker di Wall Street che ha lasciato il lavoro e non riesce a superare la rottura con la fidanzata Lea; lei è una fotografa divisa tra un lavoro insoddisfacente e un uomo che vorrebbe lasciare. I due si incontrano in un bar nel giorno in cui New York sta per essere spazzata dalla peggior tempesta di neve mai avvenuta e tra loro nascerà una complicità che potrebbe sfociare in una storia d’amore se non fosse che i fantasmi del passato tornano sempre a bussare alla porta.

La loro storia vive in una bolla di possibilità che cresce insieme alla tempesta che infuria su New York. Una New York silenziosa, remota, che è una vera e propria terza protagonista e che assiste al procedere di queste due vite che si sono incontrate per caso. New York e Times Square, la metropolitana e gli alti edifici di Ground Zero fanno da teatro discreto e silenzioso a una storia che vive in un mondo fatto di ombre e si esprime attraverso l’obiettivo della macchina fotografica. Al bianco e nero che domina il film si contrappone un’unica nota di colore, data da una breve scena nella camera oscura di Kat dove il rosso violento delle luci quasi ferisce gli occhi dello spettatore.

Allo stile registico peculiare di Ohman, retrò e minimalista, si affianca però una sceneggiatura che non convince fino in fondo e che dà la sensazione che al film manchi qualcosa. Questa sensazione è anche accentuata dalla recitazione degli attori che opera un senso di distacco e di freddezza impedendo una vera immedesimazione nella storia. Il film affascina visivamente, ma tiene a distanza laddove invece avrebbe potuto conquistare definitivamente il pubblico.

Tuttavia, a Ohman bisogna certamente riconoscere uno sguardo autoriale molto forte che probabilmente regalerà opere interessanti nel futuro prossimo. Se la storia in sé non convince pienamente, la New York di A Window on the World invece conquista fin dal primo sguardo e la sequenza iniziale in cui la metropolitana quasi diventa un carosello vale già da sola la visione.

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