“BARRAGE” di LAURA SCHROEDER

Se andaste a vedere Barrage senza sapere ancora che Lolita Chammah è la vera figlia di Isabelle Huppert, vi trovereste meravigliati nel notare la netta somiglianza tra le due attrici, che nel film interpretano a loro volta i ruoli di figlia e madre. Ma non c’è soltanto la somiglianza fisica: la recitazione di Chammah richiama visibilmente quella di Huppert, tanto da far pensare che la scelta di questa coppia non sia dovuta a sole questioni di fisionomia.

Barrage è un film tutto al femminile: la lussemburghese Laura Schroeder ne è la giovane regista, mentre le protagoniste sono tre donne, appartenenti a tre diverse generazioni: Alba (Themis Pauwels) è una bambina di dieci anni, cresciuta dalla nonna/madre Elisabeth (Isabelle Huppert) durante l’assenza della vera madre, Catherine (Lolita Chammah), assenza che non trova una spiegazione precisa, ma rimane avvolta da un alone di mistero per l’intero film. La depressione, forse, e l’uso di droghe o psicofarmaci, avevano costretto Catherine ad allontanarsi dalla figlia in tenera età.

Isabelle Huppert e Themis Pauwels in una scena del film

Il film potrebbe essere interpretato come un coming-of-age di tutte le generazioni coinvolte e collegate tra loro – come ha detto la regista alla conferenza stampa del film, in concorso nella selezione principale del 35° Torino Film Festival. In Barrage c’è la voglia di raccontare un momento particolare della vita di Catherine, il tentativo di riavvicinamento con la figlia e il confronto con due generazioni diverse. Catherine torna dopo anni di assenza, è disillusa, non si aspetta di riprendere all’improvviso il suo ruolo di madre, non cerca un rimedio, ma vuole comunque essere parte del processo di crescita di sua figlia. La sua sfida è con se stessa prima di tutto.

In questa situazione di crisi, non c’è niente di certo e anche i ruoli a un tratto si confondono: la madre indossa i vestiti della figlia e balla come un’adolescente, gioca a tennis contro di lei ma si arrende (come succede ad Alba all’inizio del film, sotto lo sguardo critico della nonna); e Alba, che a tratti sembra quasi la madre di Catherine, ma poi scappa a sua volta e ne ingoia i farmaci. Eppure, in questa totale assenza di punti di riferimento, il posto per un ordine, di qualsiasi tipo esso sia, alla fine, si trova; lo sbarramento cede, quasi senza che ce ne accorgiamo, e si crea quel varco necessario per creare un legame affettivo. E la barriera è anche la nostra, psicologica: ci si deve liberare di tutto ciò che si è stati fino a un dato momento della propria vita, per crescere, come ha spiegato la regista.

Lolita Chammah

Una nota interessante riguarda il formato cinematografico scelto, il “4:3” – una decisione presa insieme alla direttrice della fotografia. Schroeder costruisce le immagini lavorando attentamente sia sugli spazi geometrici degli interni (la casa della nonna, lo chalet di montagna), sia sulle numerose scene ambientate in esterni tra boschi, fiumi e laghi. Come afferma la regista, questo è il formato più adatto per dare il senso dei personaggi dentro lo spazio, personaggi che nell’inquadratura occupano sempre un posto centrale e intorno a loro hanno il vuoto, come se galleggiassero rispetto alle scelte che, prima o poi, dovranno compiere.

In Italia il film, prodotto col sostegno del TorinoFilmLab, sarà distribuito in primavera da Movies Inspired ed è inoltre stato scelto per rappresentare il Lussemburgo ai prossimi Oscar.

 

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