“KINGS” di Deniz Gamze Ergüven

Los Angeles, 1991. Le televisioni di tutti i cittadini sono sintonizzate sullo stesso canale. Sullo schermo vibrano le immagini del 3 marzo dello stesso anno, quel nefasto giorno in cui quattro poliziotti (Stacey Koon, Laurence Powell, Timothy Wind e Theodore Briseno) aggredirono brutalmente il tassista afroamericano Rodney King al termine di un lungo inseguimento. Segue, sempre in televisione, il processo in tribunale, che si conclude con il proscioglimento di tutti e quattro dall’accusa di aggressione. Tredici giorni dopo la quindicenne afroamericana Latasha Williams viene uccisa con un colpo di pistola da Soon Ja Du, proprietaria del market in cui la ragazzina si era recata per comprare una bottiglia di succo d’arancia. La donna nota Latasha infilare la bottiglia nella tasca posteriore dei pantaloni e la accusa di volerla rubare; dopo un breve scontro fisico, la donna afferra la pistola da sotto il bancone e le spara alla testa. La ragazza muore sul colpo e ad immortalare il tutto c’è lo sguardo impietoso della videocamera di sicurezza.

Qualche giorno dopo, esasperata dal clima di violenza che sta intossicando la città, la comunità afroamerica insorge e decide di farsi giustizia da sola: per sei giorni la città è in preda alla violenza, per un totale di 54 vittime e 2000 feriti.

In questo contesto di violenza la regista Deniz Gamze Ergüven ci racconta la storia di Millie (Halle Berry), che accoglie nella sua casa bambini di diverse età, i cui genitori sono stati ingiustamente arrestati. Tra i suoi figli “adottivi” Jesse, il più grande, si prende cura dei “fratelli”, tra cui Nicole, adolescente come lui. Il giovane si invaghisce di lei, ma deve fare i conti con l’ultimo arrivato a casa di Millie, William, con cui Nicole inizia una relazione. I tre si uniscono ad altri ragazzi del loro quartiere, nel cui animo inizia a maturare una forte insofferenza nei confronti della polizia: ogni giorno la televisione li inonda di immagini e aggiornamenti sul caso Rodney King e sulla vicenda di Soon Ja Du. I tre ragazzi prendono parte alle aggressioni mentre Millie cerca disperatamente di riportarli a casa.

Il ritmo dinamico e incalzante del film traspone sullo schermo il caos di quei sei giorni che rapidamente sconquassano la città; la  narrazione si snoda veloce, mentre un montaggio frenetico insinua con violenza nel tessuto narrativo le immagini autentiche di quelle aggressioni, quasi a voler risvegliare le coscienze ricordandoci che tutto ciò è accaduto davvero.

Troppo debole risulta invece la storyline quasi parallela che riguarda Millie e Obie (Daniel Craig), una potenziale storia d’amore che, tuttavia, resta abbozzata e marginale. La regista sembra voler stemperare il tono drammatico del film con alcune scene a tratti comiche tra i due, che però si rivelano quasi ingiustificate e fuori luogo, rischiando di depotenziare il pathos invece di stemperarlo.

Ciononostante, il film riporta fedelmente gli eventi e la fotografia manipola ad hoc colori e luci per catapultarci in quel teatro di sangue e violenza che rappresenta una ferita troppo fresca per non bruciare ancora.

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