“MY LIFE STORY” DI JULIAN TEMPLE

Guest director della 33esima edizione ed ispirazione per la locandina di quella successiva (la cui immagine è una rielaborazione di una scena di Absolute beginners del 1986), Julien Temple è ormai ospite fisso al Torino Film Festival. Il suo nome compare anche nell’edizione in corso per la sezione Festa Mobile: protagonista del suo ultimo film è Graham McPerson, in arte Suggs, frontman dei Madness, istituzione del panorama ska britannico a cavallo tra gli anni Settanta ed Ottanta.

È lo stesso Suggs a interpretare se stesso (è in puro stile Temple portare gli artisti protagonisti all’interno del film) e raccontare di sé, seguendo il format del talk show. In un piccolo e intimo teatro, il protagonista parla di se stesso, raccontando non solo della propria vita privata ma anche dell’origine della band, e sceglie un momento particolare per farlo,  ovvero i suoi cinquantanni. A questa sorta di “Suggs show” si sovrappongono altre due storie: i rari live d’archivio degli anni Sessanta e Settanta si alternano al tentativo di McPerson di rintracciare il padre che abbandonò la famiglia poco dopo la sua nascita. Seguiamo così le ricerche del protagonista fino alla scoperta del certificato di morte del padre («un uomo gentile, nonostante tutto», come gli ricordava la madre) risalente molti anni prima, quando Graham era semplicemente Graham. Ma non c’è spazio per lacrime o commiserazione: su questa vicenda Temple decide di non soffermarsi troppo, o meglio di non affrontarla con il carico emotivo che dovrebbe portare. Rimane quindi da chiedersi per quale motivo il regista abbia deciso di dare spazio a questo lato intimo e privato del leader dei Madness senza approfondire la questione, raccontandola appunto come un dramma puramente televisivo. Alcune perplessità anche sulla scelta del narratore autodiegetico: sembra quasi che McPerson vesta i panni del detective noir mentre ricostruisce le tappe di ricerca del padre.

Scena british, humour british: novantasei minuti, buona parte dei quali scanditi dalla raffica di battute di Suggs (alle quali risponde prontamente il pubblico del teatro inglese), alcune delle quali ben riuscite, altre eccessivamente forzate.

Degno di nota lo straordinario materiale d’archivio attraverso il quale Temple ci riporta indietro di quasi quarant’anni, tra creste colorate, giacche di pelle, hooligans, risse nei locali e fuori ai concerti. Un viaggio soprattutto nella storia della musica, dai Kinks, agli Eater, ai Beatles. «Ogni scusa era buona per travestirci e fare casino»: un inno alla libertà di quegli anni e il rimpianto di non poterli più rivivere (nonostante i Madness siano ancora attivi).

Julian Temple azzarda attraverso precise scelte registiche, alcune azzeccate, altre meno. Indipendentemente da questo, ci piace constatare che Suggs, nonostante vesta abiti più eleganti, sia rimasto il solito “nuggy boy” dell’adolescenza.

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