“4 BÂTIMENTS, FACE À LA MER” DI PHILIPPE ROUY

Dell’affascinante sezione di documentari del TFF, intitolata “Apocalisse”, fa parte 4 Bâtiments, face à la mer, documentario atipico che sfrutta le registrazioni perpetue di una webcam installata all’interno della centrale nucleare di Fukushima. Philippe Rouy, con queste immagini, realizza un film che offre allo spettatore diversi spunti di riflessione, in particolare sulla definizione e sul concetto stesso di apocalisse.

Rouy ha realizzato un lavoro di montaggio su questi filmati scoperti quasi per caso sul sito della TEPCO, l’azienda che ha costruito la centrale nucleare giapponese e che, dopo la catastrofe ambientale, decise di filmare ininterrottamente tutti gli interventi effettuati per decontaminare l’area e renderla sicura.
Quello che doveva essere un filmato realizzato per testimoniare l’efficienza e l’abnegazione degli operai TEPCO si trasforma in qualcos’altro. Nei mesi che passano è la tecnologia ad appropriarsi del proprio significato, poiché nessuno può controllare e prevedere ciò che verrà ripreso durante  questo lungo arco temporale. L’occhio della webcam è acceso perennemente e Philippe Rouy viene rapito dalla visione di uno strano gesto di un operaio che, in tuta antiradiazioni, punta il dito verso l’obiettivo. È un gesto di così forte impatto e di molteplici possibili interpretazioni che il regista decide di mantenerla per tutta la sua reale durata: poco più di venti minuti. Il gesto di quell’uomo diventa, per Rouy, emblematico del suo ingaggio come regista, ciò che lo ha spinto a guardare quelle riprese, ragionarci  su per realizzare una storia da mostrare al mondo.

Mirko Lino, Davide Oberto e Philippe Rouy

Il documentario si articola in tre sezioni temporali. La prima racconta di un tempo primitivo, in cui gli agenti atmosferici la facevano da padroni e l’uomo non esisteva. La seconda mostra il contemporaneo, il tempo in cui siamo continuamente esposti alle radiazioni, il tempo dell’uomo che tenta non solo di riparare i suoi danni, ma di contrastare quella natura che, mese dopo mese, vuole riconquistare un posto da protagonista. Durante questa fase, la più lunga, lo schermo di sdoppia e se da un lato gli uomini continuano a lavorare, dall’altro uno di loro si ferma e punta il dito verso l’obiettivo: un invito? Un’accusa? Una testimonianza? Solo lo spettatore può decidere il suo significato. La terza e ultima sezione parla di un tempo che supera l’uomo: non c’è più traccia di civiltà e tutto viene riconquistato dalla natura e dagli animali che camminano indisturbati nella centrale o invadono lo stesso obiettivo, diventando mostri giganteschi, ovvero quei mostri, come Godzilla, che la società giapponese ha creato per esorcizzare la paura del nucleare
Queste tre sezioni temporali offrono numerosi spunti di riflessione, testimoniati dalle parole dello stesso regista. Si riflette sul medium cinematografico, si ironizza sentendo le parole di un vecchio documentario della TEPCO che esaltava la sicurezza della propria centrale, si guarda la natura, l’immobilità dello spazio e si vede come, in esso, l’uomo si muova come un astronauta su un pianeta sconosciuto; ma principalmente, Rouy vuole riflettere sull’apocalisse.
Quest’ultima, per il regista francese, non è il punto finale o iniziale di qualcosa, non è l’apocalisse biblica o quella vista in numerosi film, non si annuncia con un rombo assordante, sconquassando cielo e terra ma è qualcosa che già stiamo vivendo. Philippe Rouy così la definisce: «Un suono basso e perpetuo che ci accompagna verso la fine».  È in quello stesso battito che si ode nel documentario.  È in quel tempo, il tempo reale che ci fornisce la webcam, che l’apocalisse si rivela a noi.

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