“BAD POEMS” DI GÁBOR REISZ

Quando Tamàs (Gábor Reisz) viene lasciato da Anna non riesce a farsene una ragione. Vaga per Parigi, torna a casa, a Budapest, ma non vuole parlarne con nessuno. Intorno a lui la vita scorre, la gente trova lavoro, fa figli, parla di politica; nessuno è in grado di capirlo, non davvero. Il suo dolore non è di nessun altro; tutto il resto non ha importanza, è come un film muto che va avanti senza di lui, come se Anna si fosse presa anche la sua vita, anche i ricordi di ciò che sono stati. Tamàs si sente perso, e forse ha davvero perso se stesso, come a tutti capita quando la fine di una storia ci piomba addosso inaspettata.

Si dice che il solo dolore che l’essere umano si porta veramente dietro per tutta la vita, sia quello per la fine di una relazione quando è in fase di progettazione. Bad Poems racconta questo dolore, lo raccoglie, porge allo spettatore il cuore inerme del regista.

Gábor Reisz, alla sua seconda opera, realizza un film su quell’amore finito male che ci porteremo dietro per la vita. Come lui stesso dichiara, si è messo in gioco in prima persona: in Bad Poems racconta la sua vita, scende a passi sicuri nel suo dolore, e proprio con un film pienamente autobiografico, riesce a parlare di tutti noi.

Il film è a tratti surreale, con cambi di ambiente quasi onirici, a metà fra ricordo e sogno; anche la fotografia è delicata, investita in pieno dalla luce calda e ovattata dei ricordi. Quelli di infanzia, dell’adolescenza, dei giorni felici che non sono più e torneranno sempre a bussare.

La narrazione non segue una struttura vera e propria, si dipana seguendo solo il filo dei ricordi, e obbliga il protagonista (insieme allo spettatore) ad affrontare il rimpianto e più ancora a interrogarsi sulle aspettative  che abbiamo deluso, i sogni che abbiamo abbandonato, i fallimenti seminati lungo la strada. Ci obbliga a fare i conti con la persona che siamo e non avremmo mai voluto essere.

A dispetto di tutto, però, Bad Poems riesce a chiudersi con l’inizio della speranza. Perché, come tutti abbiamo dovuto imparare, anche il dolore più grande prima o poi finisce. E non restano che un velo di malinconia, dei ricordi addolciti, un vecchio quaderno nello sgabuzzino.

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