“DOVLATOV” DI ALEKSEY GERMAN JR.

Tra il biopic e l’invenzione, Dovlatov è la storia di un uomo che, nel suo vagabondare, intercetta storie di corpi e volti che gli sono incidentali – storie di resistenza (e non di dissidenza) contro il potere e i suoi dispositivi banali, in questo caso soprattutto editoriali. Perché Dovlatov, scrittore e giornalista nella Russia sovietica degli anni ’70, non riesce a farsi pubblicare, colpevole di inopportuna ironia e troppa fraintendibile sincerità. Accanto a lui le storie di quella gran folla di personaggi che popola gli spazi dell’ambiziosissima messa in scena che ricostruisce magnificamente un’epoca. Ed è questa galassia di volti russi e di corpi nomadi che costellano il tragitto esistenziale di Dovlatov, la forza viva del film.


Sì, perchè il film di Aleksey German Jr. – che ha già vinto l’Orso d’argento per il miglior contributo artistico alla Berlinale di quest’anno – non vuole raccontare di Dovlatov e della sua via crucis verso la notorietà. Ci basti pensare alla scarsa presenza scenica della sua famiglia, pur così essenziale nella vita reale dello scrittore. E allora sono le vite degli altri, coi loro volti sereni e stanchi, pallidi, il centro motore del film e dell’azione del suo protagonista: da un lato la cerchia degli artisti bohème, i compagni di Dovlatov, gli esclusi, come lui, dal novero dei pubblicabili dal regime; dall’altro i figuranti di questo regime – i soldati, i giornalisti del partito, le vecchie maligne in strada -, uomini e donne altrettanto umani, ma in balìa della pericolosa banalità del male che li costringe, ci dice German, alla più sterile mediocrità.

Aleksey German Jr.

Contro questa mediocrità (ma anche grazie a questa stessa mediocrità ispiratrice) Dovlatov e i suoi scrivono, cantano e recitano le poesie bandite dalle redazioni grigie e anguste, negli spazi interni e colorati di case fatiscenti, dove si trovano e festeggiano la loro comune condizione di reietti, di marginali. Ovviamente tutti loro mal digeriscono l’intolleranza del regime, ma più che combatterla la evitano, la ignorano e si limitano a parlare d’altro. Di cultura, per lo più: il film è infarcito d’una valanga di riferimenti appassionati alla cultura russa, europea e americana, antica e moderna; e nonostante il ridondante eccesso di quest’infinito elenco di nomi d’autori, si percepisce quel senso  di orgoglio – oggi scomparso o persino ribaltato -che accompagna gli aspiranti artisti mentre citano i giganti a loro cari.

Dovlatov, comunque, pur parlando di cultura e perciò di politica, rifiuta – e gliene siamo grati – un approccio ideologico che sarebbe risultato dirimente, per puntare invece a rendere una grazia che coinvolge il contenuto  e ciò che da esso sfora. Sono infatti due i punti in cui German Jr. convince e stupisce – l’aveva già fatto nella sua opera prima, Under Electric Clouds, e sono sue marche stilistiche consapevoli -: l’uso sapiente del fuoricampo, da dove i personaggi entrano ed escono con coerenza, senza perdersi, perché solo transitoriamente abbandonati alle loro esistenze non-diegetiche; e la composizione del quadro in presenza di grandi folle, forse merito del retaggio del suo lavoro post-produttivo con Hard to be a God, l’immensa opera paterna, capolavoro di messinscena. Le lunghissime e morbide panoramiche che scivolano sugli spazi nevosi, entro la luce opaca e nebbiosa della Russia sovietica, o nelle stanze affollate da Dovlatov e dai suoi, servono allora a dare efficacia a queste due funzioni stilistiche di A.G. Jr.: attraverso le panoramiche si riallacciano i rapporti tra quei mille volti che popolano lo schermo e che, come accade nella vita vera, s’intravedono sfocati un attimo e poi scompaiono, per riapparire poco dopo al centro della scena. La realizzazione finale di Dovlatov è allora quella della macchina da presa: quel che interessa è ammirare questa folla nomade e mai doma, sempre umana, che vive dentro e fuori la sua (e la nostra) inquadratura – “forse sono fatto per guardare“, dice. Un interesse che, però, si badi bene, non è politico nè sociale (“io odio i film sociali”, ha detto in conferenza stampa al TFF il regista), ma solidalmente esistenziale.

Rimane che, pur grande, il film presenta difetti. Pensiamo al macchiettismo di alcune figure, soprattutto femminili. Le donne russe, per il regista, sembrano o servili  o di facili costumi – e le uniche a discostarsi da questa suddivisione sono le bambine, innocenti e spontanee, o le simpatiche e sofferenti vecchiette che non si è più capaci di comprendere. E ancora: ci si chiede il perché della durata strabordante, dell’arbitraria e superflua divisione del film in sei capitoli, e di certa enfasi retorica. Ad ogni modo qualcuno già sussurra di una candidatura all’Oscar per il miglior film straniero. E forse, nonostante tutto, Dovlatov se lo meriterebbe.

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