“HIGH LIFE” DI CLAIRE DENIS

Decostruire l’idea di genere, svuotandola di qualsiasi inquadramento pregresso, è un’abitudine ormai consolidata da parte di Claire Denis. Per farlo, questa volta, la cineasta francese decide di confrontarsi con la fantascienza, senza abbandonare il proprio approccio autoriale.

High Life racconta la storia di un gruppo di galeotti, ergastolani e condannati a morte che scelgono per condonare la propria pena di trascorrere il resto delle proprie vite nello spazio, prendendo parte a un esperimento scientifico dichiaratamente suicida.

La navicella spaziale, spazio asettico e claustrofobico, è quindi l’unico luogo possibile per coloro che consapevolmente si autodefiniscono reietti, dove l’isolamento e la mancanza di una possibile via di fuga innescano inevitabilmente l’esplosione della violenza e la regressione dell’equipaggio a uno stadio quasi animalesco. Non si può fuggire dal vuoto, elemento costantemente ribadito sul piano visivo e sonoro: paiono così galleggiare nel nulla i corpi senza vita che fanno da sfondo al titolo, e la continua presenza nel sonoro di un’unica e ripetitiva nota crea un clima di perpetua sospensione.

Monte (Robert Pattinson), come vediamo fin dalle prime inquadrature, è un uomo schiacciato all’interno del proprio ruolo paterno, in un rapporto contraddittorio che è suo unico scopo vitale e che al contempo gli procura uno stato di nevrosi costante. Distanziarsi dal resto dell’equipaggio, coltivando la propria solitudine, sembra essere il solo appiglio per preservarsi e astrarsi dalla condizione di prigionia, devolvendosi a una castità monacale.

A spiccare su tutte è senza dubbio la figura della dottoressa Dibs, interpretata da una superba Juliette Binoche, affascinante strega/sacerdotessa, Medea dai lunghi capelli corvini che per redimersi dall’infanticidio dedica la propria vita alla procreazione. L’ossessione della donna per la fertilità genera una sessualità disumanizzata, volutamente disconnessa da qualsiasi coinvolgimento sentimentale e ridotta a pura corporeità, come testimoniano i ricorrenti dettagli dei fluidi corporei.

“Viola le leggi della natura e ne pagherai le conseguenze, ricorda inizialmente il protagonista: legge non scritta che corrisponde a una immanente sacralità e la cui trasgressione è infrazione di un tabù, che non a caso è la prima parola insegnata da Monte alla figlia.

Proprio come conseguenza del rispetto di tale sacralità, espresso dall’affetto padre/figlia, i due sono gli ultimi reduci in un mondo in cui solo gli amanti sopravvivono, e possono sacrificare le proprie esistenze immergendosi all’interno di un buco nero dall’aspetto uterino, dando vita nella scena finale alla luce primigenia della procreazione.

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