“IN QUESTO MONDO” DI ANNA KAUBER

Una tranquilla radura di montagna, il tintinnare dei campanacci, un pastore che suona il violino vicino al suo gregge. Potrebbe sembrare un idillio, una finzione, un delicato paesaggio letterario come quello delle Bucoliche di Virgilio o dell’Aminta di Tasso; se non fosse che qui le montagne sono quelle del Veneto, le pecore sono chiamate per nome e il pastore, in realtà, è una ragazza che alla passione per la musica ha preferito la pastorizia.

Opera prima di Anna Kauber, In questo mondo è un film crudo, denso di realismo. Non c’è spazio per i toni lirici dell’arcadia, perché ciò che veramente conta sono i volti e i racconti delle donne pastori. Sono loro le uniche protagoniste del film: di tutte le età, di ogni regione, sono approdate alla pastorizia per motivi diversi ma con la stessa sensibilità. C’è chi, con un rinnovato senso del wanderlust, ha trovato nell’ancestrale pratica della transumanza un modo per allargare i confini del nostro ordinario concetto di casa. O chi, invece, ha scelto questo mestiere per affermare, senza mezzi termini, la categorica indipendenza da ogni convenzione di genere.

Chi l’ha detto che per fare il pastore bisogna essere un uomo? Cosa c’è di inadeguato nel guidare le greggi sui pendii delle montagne, nello scacciare i lupi, nel fare la guardia alle stalle? A queste domande le protagoniste rispondono con i fatti. Le loro lunghe giornate di lavoro, la lotta contro il vento e la pioggia, l’attesa. E poi la solitudine degli stazzi, l’ostinazione e la fatica nel mungere il latte come si faceva una volta, con le mani e col volto vicino alla terra, immersi nella materia. È questo il tenore delle immagini che Anna Kauber regala ai suoi spettatori.

Non ci sono sconti, la realtà sembra esondare dallo schermo priva di filtri. La risposta del pubblico infatti è elementare, quasi istintiva: in soli 97 minuti la sala passa dalla tenerezza alla nostalgia, dalla curiosità allo sgomento, dalla compassione allo stupore. Quando poi la macchina da presa trova finalmente il coraggio di immortalare il mistero – nascita e morte, parto e sgozzamento – a dominare è solo un profondissimo, insondabile silenzio.

Il canale di comunicazione col pubblico è diretto, sgombro, pulito. Anna Kauber, che di lavoro fa l’architetto paesaggista, sceglie e predilige l’etica all’estetica, il contenuto alla forma. Nonostante alcune interessanti soluzioni di stile (si veda per esempio l’uso pressoché continuativo della camera a mano, i primissimi piani, le inquadrature dai contorni labili e sfuggenti), le immagini sembrano comunque godere di una forza attrattiva autonoma, forse legata al grande valore documentario del film.

In questo mondo è infatti – spiega la regista – un lavoro nato proprio per salvare le testimonianze raccolte durante il suo lungo viaggio in giro per l’Italia. Iniziata per motivi personali, l’esperienza si è poi tramutata in un’indagine insieme sociale ed esistenziale, che inquadra il problema dell’emarginazione femminile da una prospettiva nuova e sostanzialmente sconosciuta.

Se insomma la missione del film è, come si evince dal titolo, portare lo spettatore al di là del recinto, si può ben dire che abbia a pieno centrato l’obiettivo.

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