“LA DISPARITION DES LUCIOLES” di Sébastien Pilote

Sébastien Pilote presenta un film che si muove fra luci e ombre, e tra temi di carattere socio-economico. Proprio nel titolo, La disparition des lucioles, si trova la chiave per interpretare l’opera e i suoi personaggi: le lucciole, come comunica lo speaker radiofonico, sembrano essersi estinte per motivi poco chiari, ma certamente per colpa dell’uomo. Sono piccole luci nel buio che trasformano l’inquietante in romantico, proprio come la protagonista, che vive in una città afflitta dalla mancanza di lavoro e chiusa in un’immobilità generazionale.

Karelle Tremblay, nei panni dell’adolescente Léo, ci appare come una ragazza fuori posto, un personaggio imprevedibile, ironico, cinico e, talvolta, ingenuo, che si muove in un ambiente familiare spaccato in due, a causa del divorzio dei genitori e della presenza sgradita del patrigno. Léo trascorre la sua vita passando da un hobby all’altro, ma non avendo alcun piano per il futuro.
Il suo approccio al mondo è quello di un’outsider svogliata e indifferente nei confronti del proprio futuro, caratteristiche che le fanno vivere una vita non lineare, proprio come quelle linee bianche del campo da baseball che, inizialmente, traccia in modo impreciso. Sarà la conoscenza di Steve (interpretato da Pierre-Luc Brillant), un uomo di quarant’anni circa, appassionato di heavy metal e chitarre, a creare attorno a lei un ambiente migliore di quello che potevano offrirle la famiglia o i suoi coetanei. Con la sua calma, le sue lezioni di chitarra ma, soprattutto, con i suoi silenzi, saprà far breccia in lei, aiutandola a mettere ordine in una vita che non ha piani precisi.
Fra i due si genera un’alchimia palpabile che sfocia in un rapporto platonico, messo in scena con una poetica vagamente rétro.

Se la città, per Léo, è popolata solo da giovani o vecchi, il chitarrista Steve si pone tra le due generazioni. Anche lui sembra un outsider in quell’ambiente di villette a schiera e quiete, con il suo giubbotto in pelle e la sua passione per il metal; ma proprio per queste sue caratteristiche diventerà l’ideale compagno della protagonista.
Quest’ultima imparerà a tracciare le linee del campo da baseball,  imparerà a essere maggiormente responsabile e a continuare nelle sue scelte; ma il film non vuole proporre la classica vicenda di formazione, poiché la protagonista, pur non restando esattamente lo stesso personaggio incontrato all’inizio, ritornerà a essere ciò che era.

Proprio in questa mancanza d’evoluzione si trovano i piccoli difetti di un film che però ha anche numerosi pregi. L’accattivante fotografia di Michel La Veaux e l’ottima prova della protagonista mantengono viva un’opera che forse non osa andare a fondo in nessuna delle tematiche proposte. Il regista si muove fra rimandi alla crisi economica e a quella dei sindacati, fra ironia verso un certo tipo di propaganda populista e disagio quotidiano e intimo di un’adolescente che non vuole nulla di stabile e solido dalla sua vita.
Il senso ultimo, però, sembra proprio quello di esaltare la giovane Léo: nel buio del campo da baseball – buio causato da una sua disattenzione – le lucciole tornano a brillare e danzare. Il regista sembra voler comunicare la bellezza di ciò che è imprevedibile, dell’uscire dall’ordinario. Sembra prendere le parti di una protagonista a tratti irritante, suggerendoci che la sua bellezza sta proprio nell’essere come quelle lucciole: qualcosa di raro e mutevole, che mostra il suo fascino nell’imprevedibilità, talvolta irragionevole e casuale, della vita.

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