“MADELINE’S MADELINE” DI JOSEPHINE DECKER

Una donna che parla di emozioni ad un gatto. Forse.
Una ragazza che fa le fusa a sua madre come se fosse un gatto.
Alcune donne che si muovono su un palco con addosso delle teste di maiale finte, inquietanti come se fossero vere.
Queste alcune immagini mostrate nei primi cinque minuti del nuovo lungometraggio di Josephine Decker che torna al Torino Film Festival con il suo ultimo film. La confusione che ne deriva è l’unico elemento certo che è permesso percepire allo spettatore, e si afferma immediatamente come marca di quest’opera, conturbante tanto nei contenuti che nelle modalità di rappresentazione.

Ma questo non ci stupisce dato che parliamo di una regista definita dal «The New Yorker» come iniziatrice di una nuova grammatica della narrazione, che già in passato ha offerto approcci fuori dagli schemi. Proprio lo scorso anno il pubblico del Torino Film Festival lo ha potuto constatare con Flames, film diretto insieme a Zefrey Throwell e ospitato nella sezione Festa Mobile.

Questa volta la regista di Butter on the Latch (2013) e  Thou Wast Mild and Lovely (2014) ci racconta, o meglio, ci immerge lentamente nella storia di Madeline (Helena Howard), sedicenne di New York, con un non specificato disturbo del comportamento e attrice di teatro talentuosa, intrappolata tra la comprensibile ma mal gestita ansia della madre (Miranda July), e la fascinazione della sua insegnante di teatro (Molly Parker), troppo concentrata sulla potenza performativa di questa ragazza per accorgersi dei possibili effetti negativi del suo approccio.

Helena Howard (Madeline) e Mollly Parker (Evangeline)

Il film riflette sulla malattia mentale non fossilizzandosi sulla sua rappresentazione, quanto sulle ricadute che essa può avere all’interno delle dinamiche familiari e sociali. Il tutto restituito secondo il punto di vista della protagonista dentro la cui mente veniamo calati per via di un flusso di visioni suggestive e surreali. Immagini sfocate e primissimi piani dati da una macchina da presa costantemente attaccata ai corpi: un espediente di cui la regista si serve da una parte per far condividere allo spettatore l’incapacità di Madeline di elaborare una visione d’insieme di ciò che le accade intorno determinando la sua instabilità, e dall’altra per rimarcare tutta la fisicità di un film che racconta la vita di questa ragazza come se fosse una continua performance.

Cinema, musica e teatro d’improvvisazione si fondono in quest’opera  basata su un aggrovigliato intreccio di rimandi tra arte e vita, e  proponendosi quindi come un’intensa e allucinatoria riflessione in ogni possibile accezione del termine.

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