“NERVOUS TRANSLATION” di SHIREEN SENO

Il secondo lungometraggio di Shireen Seno è tutt’altro che il solito coming of age. La regista riferisce di aver avuto l’idea per il film in sogno, e proprio il rapporto tra reale e onirico e quello tra esterno ed interno sono al centro del film. Gli spettatori si trovano a seguire un momento fondamentale della vita di Yael, una bambina molto timida che passa le sue giornate sola ad attendere il ritorno della madre o ascoltando i messaggi in cassetta inviati dal padre lontano: le ossessioni, la confusione e la solitudine della protagonista vengono rappresentate con la consapevolezza di chi le ha vissute in prima persona e non le ha dimenticate: Seno ha infatti dichiarato al Q&A che molto di se stessa è stato riversato in Yael, sia caratterialmente che per le vicende di espatrio familiare, ma l’esperienza di crescita in un momento tanto delicato può risuonare certamente con tutti.

I bambini sono per natura molto più intuitivi degli adulti e una demarcazione netta tra realtà e immaginazione non esiste per loro: per rendere ciò visivamente, elementi reali ed altri frutto dell’immaginazione di Yael vanno a mescolarsi spesso in questo film senza soluzione di continuità. In tal senso, la traduzione nervosa del titolo fa riferimento al processo di trasposizione nella realtà di ciò che è nella propria testa  e all’apprensione di farsi comprendere dagli altri.

Il processo di crescita coinvolge non soltanto l’aspetto mentale, ma anche quello fisico di una persona. Di qui il grande lavoro su scala compiuto nel film: troviamo infatti delle miniature, come nel caso del cucinino con cui Yael prepara dei minuscoli pasti con minuscoli utensili, ed ossessivi close-up.

Come è vero per il concetto di crescita, anche le distanze sono sia fisiche che mentali: i genitori di Yael le sono lontani in diversi modi, uno fisicamente perché risiede in Arabia Saudita, l’altra perché si comporta nei confronti della figlia con un severo distacco, proibendole ad esempio di rivolgerle la parola per trenta minuti a partire dal suo ritorno dal lavoro. Yael sopperisce a questa distanza con la televisione che rigurgita soap, pubblicità e notizie nell’immediato periodo seguente la dittatura di Marcos nelle Filippine; se Yael è aliena agli avvenimenti del suo Paese, si fa invece incantare dai prodotti pubblicizzati che promettono ingannevolmente una vita migliore. In questo contesto Yael comincia a riflettere sul valore delle cose, perciò delle cifre cominciano a ricorrere ossessivamente. Commovente è anche il rituale con cui ogni sera la bimba conta e strappa i capelli bianchi della madre, che le dona 25 centesimi per ognuno. Infatti la crescita è un processo infinito che riguarda anche gli adulti che rappresentano un’incognita nella vita di Yael.

Un capello bianco strappato alla madre

La narrazione si svolge per momenti e risulta volutamente non coesa, gli spazi a misura di bambino si sfaldano ed il tempo si fa circolare grazie a continue ripetizioni: tutto ciò ci fa entrare pienamente nella mente di Yael e vedere la realtà attraverso i suoi occhi dipendenti dallo schermo della televisione, eppure attenti e creativi. Shireen Seno ha senza dubbio ricostruito e tradotto vividamente i turbamenti e la meraviglia dell’infanzia, operazione tutt’altro che semplice.

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