“PAPI CHULO” DI JOHN BUTLER

Papi Chulo. No, non è solo il brano elettro/dance di Lorna, rapper di Panama, diventato virale nei primi anni duemila e sentito nei club di tutto il mondo – anche se forse è stato inconsciamente questo titolo a farmi cadere l’occhio sul film. Dunque, se prima  Papi Chulo era per me solo una canzone sentita in discoteca, ora queste due parole sono riuscite a smarcarsi, diventando soprattutto rappresentative di un film. E che film.

Partiamo dall’inizio. Sean (Matt Bomer) è un giovane meteorologo di successo: molti lo riconoscono per le strade di Los Angeles, soprattutto di recente, a causa di un esaurimento nervoso avuto in diretta nazionale. Presto si scopre che la causa è la storia d’amore con quello che ormai da sei mesi è il suo ex fidanzato. A Sean vengono concesse delle ferie forzate per rimettere in sesto la sua vita, ma ben presto la solitudine lo porterà a cercare di instaurare dei nuovi rapporti, ed è qui che entra in scena Ernesto (Alejandro Patino), un uomo messicano di mezza età che ogni giorno aspetta sul ciglio della strada delle opportunità di lavoro. Quando Sean lo vede decide di affidargli il compito di pitturare la sua terrazza, ma ben presto il suo ruolo sarà quello di una sorta di amico a pagamento, al quale poter confidare tutte le sue insicurezze. “Ti ha mai detto nessuno che sei un bravo ascoltatore?” gli chiede Sean.

Il problema, che diventa però il punto forte di questa commedia, è quello dell’incomunicabilità tra il mexicano e il gringo, che devono comunicare rinunciando sostanzialmente alle parole. L’essenza del film è tutta qui: un buddy movie , la storia due uomini che riescono a creare una vera amicizia oltrepassando barriere linguistiche, culturali e sociali. Il regista John Butler sfrutta al massimo questa possibilità senza enfasi o eccessi. E in questo stile misurato Alejandro Patino si rivela un vero cavallo di razza, riuscendo, grazie all’espressività del suo volto e dei suoi sguardi, a comunicare  non solo con Matt Bomer, ma anche e soprattutto con il pubblico, sul quale scatena una reazione veramente genuina.

Una delle cose più belle della serata infatti è stato poter osservare una sala come non ne vedevo da tempo: sinceramente divertita, appassionata e attenta. Proprio su questo ultimo aspetto vorrei concludere la mia analisi: ho infatti avuto modo di confrontarmi con altri spettatori al termine della proiezione. Mi ha colpito in particolare un’osservazione secondo la quale il regista avrebbe reso in modo stereotipato temi come l’omosessualità, la figura del ricco meteorologo e quella del mexicano povero. A mio avviso il senso  è invece un altro, e si potrebbe sintetizzare in una domanda che lascio aperta: chi è che salva chi?  L’uomo che aiuta il povero in difficoltà, o il povero che aiuta il ricco a colmare la voragine che si è aperta nella sua vita? Io la mia personale risposta ce l’ho.

 

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