“PROCESSO A CATERINA ROSS” DI GABRIELLA ROSALEVA

“Questo film è uno sguardo che guarda, non tutti gli sguardi guardano ma lui lo fa, è vivo, attento.
Non falsifica, non aggiunge, non ci sono effetti speciali.
Non vuole accalappiare lo sguardo del pubblico, mostra la realtà per com’è: dura e crudele.
Questa realtà non è piacevole ma va guardata, non bisogna mai abbassare la guardia”.

Credo che queste frasi pronunciate dalla regista riassumano perfettamente il senso di un’opera filmica che non è stata concepita per essere esteticamente piacevole alla vista e fruita come forma d’intrattenimento; un’opera rigorosa e dolente.

Dopo aver inaugurato nel 1982 la prima edizione del Festival Internazionale Cinema Giovani, Processo a Caterina Ross è tornato quest’anno nel programma del Festival in occasione della giornata mondiale contro la violenza sulle donne nella versione restaurata grazie al contributo di Equilibra, che ha consegnato alla regista un premio per la sua poetica e impegnata testimonianza a favore delle donne.
Nel corso dell’evento sono intervenute l’attrice protagonista Dada Morelli, la produttrice Emanuela Piovano, Barbara De Toma in rappresentanza della Questura di Torino, la docente universitaria Angela Condello (“Filosofa del Tempo”), la Consigliera Regionale Nadia Conticelli e l’Assessora alle Pari Opportunità Monica Cerutti.

Il film, narrato seguendo i verbali del vero processo avvenuto a Poschiavo tra il 20 gennaio e il 7 marzo del 1697, è girato nella Milano degli anni Ottanta e inizia presentando il Podestà come verrebbe introdotto un divo del cinema hollywoodiano, con lunghe riprese del suo braccio mentre è seduto in un elicottero e poi delle sue gambe mentre sale le scale e cammina. Ma queste sono le uniche parti del suo corpo che la regista ci consente di vedere, dopodiché sarà possibile solo udire la sua voce.
Non ci è data la possibilità di vederlo, come se Gabriella volesse dirci: “lui è ogni persona che attua violenza su una donna, che la giudica, che mette in dubbio le sue testimonianze di violenza subita e non la considera attendibile, perché non ha parlato prima o per gli abiti che indossava”.

Il processo avviene in un edificio abbandonato, con le pareti spoglie e la vernice secca. Caterina appare inizialmente vestita con abiti scuri e umili, che emergono insieme ai capelli rossicci (simbolo di stregoneria) sullo sfondo chiaro e la pelle pallida.
La recitazione di Dada è minimale, quasi del tutto assente, il film assume toni didascalici in particolare nelle testimonianze, espresse dagli altri personaggi come poesie imparate a memoria, prive di ogni sfumatura emotiva.
La sua voce rimbomba nel silenzio dell’edificio, come le testimonianze inascoltate delle donne vittime di violenza, interrotta occasionalmente solo dal rumore provocato dal passaggio di un treno, unica colonna sonora del film.
Ogni giorno del processo la macchina da presa si avvicina sempre di più a Caterina, prima inquadrata a figura intera e poi in primo piano, fino a quando non viene annunciato che verrà sottoposta a tortura.

Successivamente i suoi abiti saranno sostituiti da una tunica bianca e  da una cuffietta, che simboleggiano il progressivo annullamento della forza di volontà della protagonista e fanno emergere i segni della violenza a cui viene sottoposta, sempre più nitidi sulla pelle pallida.
Caterina appare infine seduta scomposta su una sedia, come una bambola di pezza, svuotata della forza e della dignità dimostrate all’inizio.
Le ingiurie, la violenza perpetrata da una giustizia ingiusta che agisce senza avere le prove necessarie, hanno avuto la meglio su di lei, che viene alla fine condannata in una scena che riprende la composizione di La passione di Giovanna D’Arco (C. T. Dryer, 1928), con la protagonista ripresa dall’alto, rassegnata, mentre guarda i suoi accusatori.

Processo a Caterina Ross non è un film facile, non vi appassionerà né vi ammalierà con particolari virtuosismi delle riprese. Ma, se lo guarderete mantenendo attiva l’attenzione, vi catturerà e vi obbligherà a ragionare, a non lasciare semplicemente che le immagini vi scorrano addosso.

Processo a Caterina Ross è un film politico, non perché rappresenti una presa di posizione ideologica, ma perché pretende dallo spettatore una riflessione di natura politica sul presente, pur parlando di un evento apparentemente distante dal momento storico in cui viviamo.
Caterina non rappresenta solo se stessa, ma rappresenta tutte le donne che sono sole e svantaggiate per il loro genere e per la loro condizione economica, tutte le donne che subiscono violenza e non vengono ascoltate, la cui voce rimbomba nel silenzio.
Caterina pretende attenzione attraverso il corpo di Dada Morelli, e vorrei che in chi sta leggendo nascesse la voglia di ascoltarla e di riflettere.

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