“RIDE” DI VALERIO MASTANDREA

Probabilmente soltanto Valerio Mastandrea poteva intitolare Ride un film sul dolore e sul lutto: un titolo che proprio per questo diventa caustico e – come egli stesso ha affermato in conferenza stampa – anche un po’ troppo paradossale. Soprattutto considerato che la protagonista Carolina ride pochissimo in quei novanta minuti di buio e, anzi, se non fosse per quello che le (e ci) viene detto dagli altri personaggi, non la vedremmo ridere quasi per niente.

A interpretarla è Chiara Martegiani, compagna dell’attore romano che l’ha scelta per il suo primo film da regista. O meglio, per il suo primo lungometraggio da regista; nel 2005, infatti, Mastrandrea aveva diretto Trevirgolaottantasette, un corto con cui vinse un Nastro d’argento e in  cui veniva affrontato lo stesso tema dell’unico film italiano in concorso quest’anno, ovvero le morti sul lavoro. Un tema che sembra essere molto caro a Mastandrea, il quale però sceglie qui di metterlo sullo sfondo, preferendo denunciare le storture e le contraddizioni di una società il cui potere condizionante ha raggiunto un livello così penetrante da interferire anche con le nostre emozioni; perfino con quella di un bambino che arriva a provare disappunto per la reazione di sua madre che se non piange, e soprattutto se non lo fa vedere, allora significa che non è triste. Ride, infatti, oltre che una denuncia – sussurrata e mai urlata – sulle morti bianche, è un film sulla difficoltà di entrare in contatto con la naturalezza delle nostre emozioni, sull’ ipocrisia che domina il modo in cui abbiamo imparato a gestirle. Ecco, il film di Mastandrea cerca di smontare questa retorica del dolore, cercando di dare ragione a chi rivendica il proprio diritto a star male nel modo in cui gli viene naturale, e non seguendo i rituali o assecondando le aspettative. E così, quella che viene vissuta come inadeguatezza finisce per rivelare l’inopportunità degli altri, i quali si sentono legittimati a dire la propria anche su qualcosa di così intimo come la sofferenza.

Per fare tutto questo il regista non ha fatto che riportare quella miscela di impegno e ironia che contraddistingue anche il suo essere attore, dotando il film di una leggerezza si potrebbe quasi dire necessaria nell’ affrontare certi argomenti. Valerio Mastandrea è in ogni singolo elemento del film: nel tono, nel romanesco talvolta ostentato dei dialoghi, nella recitazione di Chiara/Carolina che fin dalla primissima inquadratura muove le mani e la testa facendoci pensare all’attore. D’altronde è lei stessa a dichiarare di essersi ispirata e affidata completamente al regista per adattare su di sé un personaggio in cui rivedeva molto del proprio compagno.

Ma il loro non è stato l’unico rapporto a necessitare di duro lavoro per raggiungere equilibrio in un film che vive di alterazioni. Come ha rivelato Renato Carpentieri (Cesare), presente anch’egli alla conferenza stampa di ieri mattina insieme al resto del cast, è proprio la profonda sensibilità dell’attore romano ad aver rappresentato le maggiori limitazioni per lui in questo passaggio di ruolo, non potendo pretendere lo stesso sentimento di necessità dai suoi attori.

Valerio Mastrandrea e Chiara Martegiani subito prima della conferenza stampa del 27/11

Ride è un film che lascia perplessi per la sua disomogeneità.  Sorprendentemente potente in alcuni passaggi, in altri perde di incisività, come se la progressione narrativa dipendesse dal bisogno di colmare dei vuoti. Il fatto che le debolezze si trovino per lo più nella seconda parte del film finisce purtroppo per indebolirne l’intera struttura. Il film merita comunque di essere visto e fortunatamente verrà distribuito nelle sale italiane a partire dal 29 novembre. Fortunatamente. Perché Ride è un film che, nonostante le sue insicurezze, contiene in sé e trasmette quella cifra lieve e ruvida di Mastandrea che, dopotutto, è una grande risorsa del cinema italiano.

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