SOUNDFRAMES: CINEMA INTERATTIVO, AVANGUARDIE E SPERIMENTAZIONE

Giunto alla sommità della rampa elicoidale, quando ormai mancano poche postazioni alla fine del percorso, il visitatore ha come l’impressione che Soundframes sia qualcosa di più di una semplice mostra. Un grande cartello informativo invita il pubblico a proseguire senza l’ausilio delle cuffie, e il messaggio è tanto chiaro quanto disarmante: bisogna abbandonare le vesti dello spettatore, uscire dalla comfort zone di un percorso guidato e trasformare le suggestioni in azione.

Luogo di questa metamorfosi sono le sei stanze finali, pensate ed allestite per calare il visitatore all’interno di una dimensione interattiva ed esperienziale. La prima di esse è un’esplicita esortazione alla prassi: attraverso l’uso di un touchscreen, il pubblico è chiamato a sperimentare la portata linguistica, allegorica ed emozionale della colonna sonora, manipolando direttamente alcune celebri sequenze di film.

In the mood for love, Wong Kar-wai, 2001.

Proprio come in una sala di montaggio, il visitatore ha la facoltà di scegliere il registro emotivo delle immagini lavorando sulle sonorità a sua disposizione. Gli esiti possono essere sorprendenti, fino al punto di stravolgere completamente gli intenti originari degli autori. Così, ad esempio, si può rivisitare l’austera colonna sonora di In The Mood for Love (Wong Kar-wai, 2000), firmata dal compositore giapponese Shigeru Umebayashi, e sostituirla con la più drammatica Serenade di Franz Schubert; o, ancora, ribaltare l’effetto straniante voluto da Stanley Kubrick in Full Metal Jacket preferendo Jóhann Jóhannsson ai The Trashmen.

Stimolare la dimensione tattile e ludica del pubblico sembra essere anche il concept di altre due postazioni, dedicate rispettivamente ai film immersivi (uno fra tutti Saturnz Barz, il noto videoclip dei Gorillaz, creato con la tecnologia della panoramica a 360 gradi) e alla musica che si vede. Quest’ultima è un omaggio alle colonne sonore che hanno reso immortali capolavori della storia del cinema come L’uomo che sapeva troppo (Alfred Hitchcock, 1956) o La febbre del sabato sera (John Badham, 1977). Mentre sullo schermo principale scorrono le sequenze dei film, un proiettore riproduce sul pavimento immagini dal contenuto autonomo ed indipendente (il moto di un pentagramma, un caleidoscopio di luci, il verde di una foresta), quasi a suggerire quanto potenti e fotogeniche siano le colonne sonore quando agiscono sull’immaginario collettivo.

Saturnz Barz, Gorillaz, 2017.

Una menzione a sé merita poi la stanza intitolata avanguardia e sperimentazione, forse la più esperienziale di tutte. Isolato e protetto da una spessa cortina che chiude l’entrata, il visitatore si trova letteralmente immerso nell’universo etico ed estetico di artisti come Jean Cocteau, Kenneth Anger o Fernand Léger. Tre schermi disposti a 180 gradi ingabbiano l’osservatore, obbligandolo a destreggiarsi continuamente fra visione centrale e periferica: ogni volta che l’occhio tenta di focalizzarsi su uno schermo, gli stimoli provenienti dagli altri due ne calamitano l’attenzione, creando un rapido susseguirsi di saccadi che disorientano lo spettatore. Così fanno ad esempio i piedi della ballerina ripresi da René Clair in Entr’acte (1924) o i seni nudi di Kiki de Montparnasse in Le retour à la raison (Man Ray, 1923).

All’interno di questa stanza la dimensione ludica lascia il posto a quella creativa e poetica. Soverchiato dal turbinio di impulsi visivi del cinema dadaista, cubista e surrealista, al visitatore è chiesto di interrogare le immagini per cercarvi i suoi significati. Che senso abbiano i corpi sezionati del Balletto meccanico di Léger (1924) o a cosa si riferiscano le nevrotiche calligrafie di Stan Brackage in I… Dreaming (1988), sono domande che squarciano interrogativi esistenziali dal valore universale.

Fino all’ultimo respiro, Jean-Luc Godard, 1960.

Riflessione e raccoglimento sono anche le prerogative dell’ultima postazione, summa ideale dell’intera mostra. Immersa nell’oscurità, la stanza del silenzio regala un viaggio nel non-essere del cinema.

Le labbra scricchiolanti di Jean-Paul Belmondo in À bout de souffle (Jean-Luc Godard, 1960), la voce muta del piccolo Jesse in Sound Barrier (Amir Naderi, 2005), il terrore silenzioso del carcere in fiamme in Fury (Fritz Lang, 1936); a essere indagato qui è soltanto il vuoto, l’assenza di suono, quel senso del naufragio e del fallimento che pare inseparabile da qualsiasi azione umana, arte compresa.

Cos’è veramente il cinema? E fin dove può spingersi? Riuscirà, questo fortunoso sodalizio fra immagini e suono, a strappare all’entropia del tempo un che di duraturo? Sono queste le domande che Soundframes sembra lasciarci alla fine della mostra. Le risposte, ovviamente, sono altrove, e difficilissime da trovare. L’importante, però, è aver saputo cogliere la sfida.

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