“UNFORGETTABLES”, LA SEZIONE DI PUPI AVATI

“Quando stamattina mio fratello mi ha chiamato per dirmi di Bernardo, mi è mancato il fiato. Sapevo che stava immaginando di tornare a fare cinema. Questo sogno non si è realizzato”. A parlare è un commosso Pupi Avati, guest director del Torino Film Festival: “Il suo fisico non gli ubbidiva più ma la sua mente e la sua straordinaria progettualità non risentivano della malattia”.

Il ricordo del compianto Bernardo Bertolucci non poteva non aprire la seconda giornata dedicata a Unforgettables, retrospettiva dedicata ad alcune delle più tormentate vite degli eroi della musica. E nessuno meglio di Avati, grande ascoltatore di jazz e classica ma soprattutto clarinettista, poteva essere in grado di raccontare l’intimo rapporto che lega il cinema e la musica.

“La gente di me non conosce i film, ma sa solo che volevo uccidere Dalla perché suonava meglio di me”, scherza Avati.

La scelta della sezione strizza l’occhio alla mostra Soundframes che, da quasi un anno, al Museo del Cinema, racconta questa magica sinergia: uno scambio reciproco tra le due arti che nasconde storie di grandi cineasti prestati al mondo della musica e viceversa.

La lista dei film appare molto eterogenea e unisce jazz, classica, swing coprendo circa quarant’anni di cinema: si parte dal technicolor degli anni Cinquanta di The Glenn Miller Story con un fantastico James Stewart che offre la sua interpretazione del jazzista scandalosamente sdolcinato e ballabile e di The Benny Goodman Story, biopic sull’unico Re dello swing: “Se io mi sono innamorato e sono passato dal sassofono al clarinetto è proprio grazie a Goodman, che ha immaginato il fraseggio swing oltre il classico jazz dixieland e oltre le divisioni razziali”.

Si passa per Thirty two Short Films About Glenn Gould, curioso lungometraggio diviso in trentadue frammenti sull’eccentrico pianista classico, che fa luce sulla sua bizzarria e sul suo inarrivabile stile, giungendo ad uno dei capolavori di Clint Eastwood, Bird, drammatico sguardo su Charlie Parker, complesso genio del sassofono, a dire di Avati “semplicemente il più grande jazzista di sempre”.

A terminare la lista, un regalo che la direttrice del Festival, Emanuela Martini, fa al suo guest director, Bix. Direttamente dalla filmografia del regista bolognese, un film che ripercorre la vita di Bix Beiderbecke, leggendario musicista scomparso a soli ventotto anni a causa della sua dipendenza dall’alcol, conosciuto dal regista grazie ad un libro ricevuto in regalo dalla madre durante una convalescenza.

Una storia dove la passione per la musica è centrale e che ispira al regista molti spunti autobiografici: il profondo pregiudizio del mondo della classica nei confronti del jazz che subisce il protagonista è lo stesso che costrinse Avati ad abbandonare la carriera da scout, proprio perché colpevole di essere un vorace ascoltatore della “musica dei bordelli”.

Una retrospettiva intensa che illumina l’altro grande amore del padre del gotico padano: “Le passioni della mia vita sono tante perché sono da sempre una persona profondamente curiosa. Non ho ancora mai risposto a cosa avrei voluto fare da grande”.

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