“BEDBUGS” DI JAN HENRIK STAHLBERG

Rocky (Jan Henrik Stahlberg, regista e sceneggiatore del film) è un consumato Don Giovanni di mezz’età che vive con il suo cane –ovviamente un segugio – in un appartamento bohémien con poster di Mirò alle pareti, legge Philip Roth prima di addormentarsi, frequenta palestre e centri benessere dove mette in atto tecniche di seduzione obsolete e imbarazzanti. Thorben (Franz Rogowsk) è un giovane socialmente disadattato a causa dell’ossessione per il sesso e – nello specifico – per il porno, che vede nella donna una semplice valvola di sfogo per i propri impulsi, e i cui approcci con le donne sono aggressivi e disumani al punto di costargli una denuncia per tentato stupro.

Un giorno scoprono di essere padre e figlio, e immediatamente s’innesca un meccanismo di reciproco confronto generazionale che ben presto sfocia in atteggiamenti improntanti a una profonda misoginia: inizialmente si assiste a due diversi modi di concepire la sessualità e di rapportarvisi, uno incentrato sulla seduzione nel suo aspetto pseudo-intellettuale, l’altro sull’istantaneo appagamento di pulsioni animalesche. Tuttavia, il denominatore comune del maschilismo non tarda ad emergere, rivelando la natura sessista e superficiale del presunto seduttore colto, la cui retorica poco più che elementare si riduce alla seguente massima: “La donna è la Mercedes dell’umanità”.

Con Bedbugs, Stahlberg sfrutta i toni e i topoi della commedia, servendosi del contrappunto dei due protagonisti, complementari nella loro opposizione, alternando episodi grotteschi a gag comiche, tutti rigorosamente a sfondo sessuale. Ma c’è dell’altro. Se, mantenendosi sul registro comico, la narrazione procede efficacemente, è quando si rivolge ad atmosfere più serie e drammatiche che il risultato lascia insoddisfatti. In tal senso può essere apprezzabile – benché, alla lunga, ridondante – la descrizione della repressione sessuale che, a causa dello stereotipato immaginario imposto dalla società, affligge molti uomini, spingendoli  nelle trappole di chi lucra su questo fenomeno, inducendoli a scegliere la via dei rapporti a pagamento – il coito tra la prostituta e Tholber nel claustrofobico spazio della sua auto è, in tal senso, una delle scene più riuscite del film. Molto meno convincenti alcuni tentativi di lasciare un’impronta autoriale, dal monologo dell’incipit al finale, dal trattamento del rapporto padre-figlio alle (felliniane?) inquadrature dell’amplesso sotto l’albero.

Conviene quindi, nella visione del film, preferire un approccio leggero e spensierato che permetta di apprezzare l’ironia conferita dal montaggio e dalle oneste prove attoriali, piuttosto che un orientamento impegnato a cogliere virtuosismi stilistici o concettuali, ben più difficilmente rintracciabili.

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