“GRIZZLY MAN” DI WERNER HERZOG

Parlare di Werner Herzog è facile e difficile allo stesso tempo. Facile perché il cineasta tedesco è tra i più grandi registi contemporanei: uomo affascinante e integerrimo, su Herzog si può dire e raccontare molto, tanto che la sua persona appare ai cinefili più giovani come un personaggio memorabile di un film, più che come l’uomo dietro la macchina da presa . D’altronde è stato lo stesso Herzog a spingere verso questa presentazione di sé come figura iconica e leggendaria, rappresentandosi nei suoi propri film come un Caronte delle anime mostruose, apparendo cioè nella messinscena dei suoi documentari accanto, più che di fronte, ai personaggi quasi mitologici che ha saputo far parlare. Eppure, nonostante questa proliferazione dei discorsi possibili su Herzog e, quindi, nonostante la facilità con cui si può pescare dal cilindro della personalità e dalla storia cinematografica del regista un discorso, diciamo così, “valido” ecco, nonostante tutto, parlare di Werner Herzog risulta estremamente difficile e complesso.

Difficile, sì, perché la profondità dei suoi discorsi è direttamente proporzionale alla chiarezza e alla moltitudine dei suoi racconti. La caratteristica di Herzog, infatti, è di sapere sempre quel che vuole dire: che parli di vulcani (Into the Inferno, 2016), dell’Antartide (Encounters at the End of the World, 2007) o di animalisti in Alaska (è il caso del nostro Grizzly Man) la certezza, confrontandosi con un suo documentario, è di capire chiaramente quel che stiamo guardando. Nessuna confusione nel profilmico, nessuna astrattezza: tutto è così concreto, palpabile, reale che nessun dubbio può assalire lo spettatore di un suo film. Ad aiutare, certo, lo sappiamo (quante cose si possono dire su Herzog!), è quella voce baritonale, quell’inglese martoriato dall’inflessione germanica che accompagna in voice-over buona parte dei suoi film: la chiarezza cristallina, non nella pronuncia, s’intende, ma nell’esposizione dei fatti, nonostante la vena poetica (ahimè, forse tra gli ultimi residui di poesia al cinema) sia travolgente, edificante, brutale nella sua schiettezza. Nessuno sconcerto, quindi, per quanto riguarda il contenuto esplicito delle vicende filmate. Vi è però un abisso che separa questa superficie raccontata e il sentimento profondo, e perciò difficilmente decifrabile, che la sprigiona; ed è qui che nasce lo smarrimento tipico di chi guarda un’opera di Herzog. Perché Herzog parla in maniera semplice della complessità del cosmo e dell’animo umano. Ecco spiegata la problematicità che si affronta, allora, quando ci si misura con un’opera di uno dei più grandi cineasti tedeschi.

Werner Herzog

Questa paradossalità si rivela anche durante la visione di Grizzly Man. Realizzato nel 2005, riproposto in tarda serata ieri al Sottodiciotto Film Festival (un festival che, ricordiamolo, ha raggiunto e festeggiato quest’anno la ventesima edizione), Grizzly Man è la storia di Timothy Treadwell, naturalista in lotta per la salvaguardia dei grizzly del National Park in Alaska. Una lotta lunga 13 anni, o meglio 13 estati. Perché Treadwell ogni estate visse fianco a fianco con gli orsi del parco. Fino all’ultima estate, in cui un grizzly ne sentenziò la morte. La vicenda è raccontata attraverso l’interminabile archivio di riprese filmate dallo stesso Treadwell durante le sue permanenze estive nel parco – poi montate dal regista e dal suo editor (Joe Bini). Al montaggio archivistico si affiancano le immagini della ricerca di Herzog, una ricerca tutta tesa alla scoperta o, meglio, al tentativo di scoprire l’ambiguo paesaggio emotivo del naturalista protagonista della pellicola. E’ un paesaggio che Herzog apprezza solo parzialmente, e lo dice chiaro: secondo lui, Timothy Treadwell è sì un grande regista, ma un ecologista in errore. Il suo sbaglio è d’aver confuso la bellezza della natura con la bontà della stessa: l’armonia cosmica che Treadwell sosteneva appartenere al mondo della natura, in opposizione all’odiato mondo degli uomini, per Herzog è un’illusione. Secondo il cineasta tedesco la natura è caos, violenza, tragedia, orrore. Lo spiega più approfonditamente nel documentario Burden of Dreams di Les Blank, girato durante le burrascose riprese di Fitzcarraldo (1982): qui, nel mezzo dell’Amazzonia, mentre in sottofondo gli uccellini cantano, lui spiega e corregge: “the birds don’t sing, they screech in pain”.

Amie Huguenard in un frame delle riprese di Timothy Treadwell

Uno, certo, potrebbe pensare che Herzog, per amore della bellezza della natura abbia rischiato tanto quanto il panteista Treadwell e perciò, la sua paternale contro l’imprudenza dello stesso sia ingiusta e contraddittoria. Ricordiamo che nel 1977 Herzog portò la sua crew a Guadeloupe, perché gli avevano detto che il vulcano dell’isola stava per eruttare: l’isola fu totalmente evacuata, ma lui la sfidò per ammirarne la bellezza (vedi La Soufrière). Se Herzog però, ha sempre, nelle sue folli peregrinazioni naturaliste, riconosciuto e raccontato, della natura, oltre alla sua magnificenza, anche il suo aspetto distruttivo – Thanatos -, Treadwell sembrava volerne solo dimostrare l’Eros: cioè la componente felice, gioiosa, appunto armonica. Ed è questo, apparentemente, il suo grande errore. Ma c’è un però, e lo percepiamo chiaramente negli ultimi minuti del film. Dice Amie Huguenard, compagna d’avventure dell’ultima estate di Treadwell nel Parco Naturale d’Alaska – e sembra una preveggenza, perché lo dice qualche giorno prima di morire accanto a lui – che Timothy è uno spirito distruttivo. E allora tutto sembra quadrare e capiamo perché Werner Herzog abbia voluto – profondamente, dicevamo all’inizio – parlare di Timothy Treadwell: il regista se ne serve in quanto esempio di come anche l’animo umano condivida con la natura l’aspetto distruttivo. Solo attraverso la sensibilità di Werner Herzog, però, era possibile raccontare di Treadwell rispettandone – pur non condividendola, è chiaro – la personalità: non quindi presentandolo come un malato di mente, né come un San Francesco americano; ma come un uomo che nella vita ha patito la stessa conflittualità alla base della natura e del cosmo intero.

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