“SAUVAGE” DI CAMILLE VIDAL-NAQUET

Eros e Thanatos, gioia e dolore, ironia e rabbia sono i binomi su cui si costruisce Sauvage, primo lungometraggio del regista Camille Vidal-Naquet, vincitore della menzione speciale nel concorso lungometraggi All The Lovers della 34ma edizione del Lovers Film Festival, precedentemente presentato nella Semaine de la critique della scorsa edizione del festival di Cannes.

Il protagonista è il giovane Léo (Félix Maritaud), un prostituto che non ha nessuno su cui contare, se non un aitante compagno di avventure, di cui lui è molto innamorato, Ahd (Eric Bernard): cercano i loro clienti in un battuage, su una strada, vicino al bosco, in discoteca con l’intento liberarsi dalle catene della povertà che li costringe a vendere il proprio corpo per riuscire a sopravvivere un giorno in più, in un hic et nunc di un mondo che sembra averli messi all’angolo, nascosti nel buio ma esposti alle più disparate forme di pericolo, dalle malattie alla violenza.

Léo, interpretato da Félix Maritaud

Con zoomate, movimenti di macchina a spalla tipici dell’esperienza del documentario entriamo in questa crudele realtà con un incipit molto forte e cinicamente ironico di una falsa visita dal medico che si rivela essere un erotico, ed estremamente ironico, gioco delle parti in cui l’affascinante protagonista soddisfa sessualmente il suo cliente, in un’atmosfera dalle luci livide, senza profondità, dalle tonalità cadaveriche.

Ciò che più fa male è pensare a quanto peso debba avere sulle spalle Léo, che ha solo ventidue anni, abbandonato dalla famiglia di cui lui accenna vagamente qualcosa: il peso della dipendenza da droghe, di un corpo che lentamente lo sta abbandonando perché vittima in primo luogo di un abuso sociale, dovuto ai problemi economici e familiari che lui cerca di colmare andando a letto con uomini di ogni età e ceto sociale, per guadagnare soldi ma soprattutto affetto. Léo è un antieroe: il contesto in cui vive è degradante al limite di una buia dark room di qualche sperduta discoteca e lui ne è simbolo ma allo stesso tempo assurge a un archetipo narrativo positivo di un uomo che cerca la propria realizzazione nell’amore.

Léo, interpretato da Félix Martaud in un frame del film

La calda presenza umana e la sicurezza che solo un abbraccio sanno dare sono ciò di cui lui ha bisogno ma, come per ogni essere umano, indipendentemente dal ceto sociale, lui sa chi ha scelto di amare ma non può averlo. Così, nel finale, in un cerchio che si chiude, decide di ritornare a quello stato iniziale di libera scelta, in un contesto naturale, un ritorno alla terra contrapposto alla possibilità del volo e di una nuova vita.

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