FESTIVAL DI CANNES 2019

Si è chiusa sabato 25 maggio la 72esima edizione del Festival di Cannes, in cui l’Asia ha trionfato per il secondo anno consecutivo. Dopo la vittoria nella passata edizione del giapponese Kore’eda, la Palma d’Oro è stata infatti assegnata al regista sud-coreano Bong Joon-ho, che con Parasite conferma la sua abilità nel reinterpretare il cinema di genere.

Il rimaneggiamento dei generi appare la cifra di questa edizione, a partire dal film d’apertura di Jim Jarmusch, la zombie-comedy The Dead Don’t Die.

Il regista statunitense non è l’unico ad approcciarsi al cinema horror: dal brasiliano Bacurau di Kleber Mendonça Filho e Juliano Dornelles, al senegalese Atlantique di Mati Diop, passando per le vie della Quinzaine con Zombi Child di Bertrand Bonello e l’attesissimo The Lighthouse di Robert Eggers, incubi, fantasmi e creature mostruose hanno popolato gli schermi della Croisette, ora per intrattenimento ora per ribadire una volta di più la potenza metaforica dell’horror.

Bong Joon-ho ritira la Palma d’Oro durante la cerimonia di chiusura del Festival

Presenti anche Tarantino, che con il suo Once upon a time…In Hollywood omaggia con ironia la fabbrica dei sogni a cavallo tra anni ’60 e ’70, e Refn, con la presentazione della serie Too Old to Die Young, in arrivo su Amazon Prime Video.

Degli habitué cannensi Jean-Pierre e Luc Dardenne si aggiudicano quest’anno il premio per la Miglior Regia con il dramma socio-politico Le Jeune Ahmed, mentre resta a mani vuote Xavier Dolan, che con Matthias & Maxime si serve stancamente di elementi tematico-stilistici già collaudati, lasciando l’ampia schiera di fan con l’amaro in bocca.

Tra i registi francofoni sorprende invece l’esordio di Blaise Harrison: il suo Les Particules ambienta tra la Francia e il CERN un coming-of-age con elementi fantascientifici, delineando un quadro delicato e toccante nel quale l’adolescenziale messa in discussione del mondo si lega a un più radicale approfondimento dell’esistenza e della labilità della materia.

Tra gli eventi speciali è da segnalare la masterclass di Robert Rodriguez: nel corso dell’incontro sono stati sviscerati i retroscena di El Mariachi, film low-budget finanziato con i 7000 dollari guadagnati dal regista prestandosi come “cavia da laboratorio”. Ed è proprio questa la vicenda alla base di Red 11, presentato nel corso della Quinzaine, thriller realizzato da Rodriguez per dimostrare la possibilità di girare film con scarsi fondi e incoraggiare così gli aspiranti cineasti. I cliché del genere ci sono tutti, ma l’effetto naïf viene perdonato al regista per la nobiltà delle intenzioni.

Al netto di premi e riconoscimenti ufficiali, eccessi e dualismi, Cannes si conferma ancora una volta un termometro in grado di misurare lo stato dell’industria cinematografica contemporanea; sia essa rappresentata da Sylvester Stallone o da Marco Bellocchio, da Takashi Miike o da Terrence Malick, o dall’infinito sottobosco di autori meno conosciuti ma altrettanto meritevoli. Un’industria che, in barba a coloro che ne profetizzano la morte, si rivela sempre più vitale, capace di vivere il presente e rispondere alle istanze dell’attualità.

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