“LA CADUTA DELL’IMPERO AMERICANO” di DENYS ARCAND

Le ingiustizie sociali, le difficicoltà dei giovani nel misurarsi con la società, il riciclaggio e, per estensione, l’odioso lato oscuro delle manovre finanziarie. Temi tanto delicati quanto rilevanti nell’attuale apparato discorsivo. Difficile affrontarli tutti insieme. Eppure Denys Arcand, già premio Oscar per il miglior film straniero con Le invasioni barbariche, ci riesce in un film apprezzabile, a suggello della trilogia in cui ha indagato i mali della società odierna.

Pierre-Paul è un impacciato corriere ma anche un cinico lettore dei tempi correnti e della società occidentale, irrimediabilmente corrotta dalla legge del più forte, obnubilata dal denaro e dall’affannosa corsa per ottenerlo. In questo quadro non c’è posto per l’intelligenza e nemmeno per i più deboli, abbandonati ai margini delle strade, come sottolinea Pierre-Paul in due brillanti dialoghi dell’altrettanto brillante incipit. Un dottorato in filosofia e una buona parola per chiunque incontri fra una consegna e l’altra, Pierre-Paul, dopo aver assistito inerme a una rapina finita male, si ritrova con due borsoni gonfi di banconote. Incapace di gestire, anche solo di trasportare e nascondere, l’inaspettato tesoro, ben presto si rivolgerà a un guru in materia di riciclaggio, appena uscito di prigione, e coinvolgerà l’escort Camille, celata dietro lo pseudonimo di Aspasia, contemporanea e corrispondente di Socrate.


Un frame del film con Pierre-Paul (Alexandre Landry) e Camille (Maripier Morin), seduti in un Cafè.

La tenera banda, con qualche innesto di corredo, ben presto si addentra in un contesto a loro estraneo, in cui la logica del denaro muove la quête di tutti i personaggi coinvolti, che siano un’ambigua coppia di agenti della polizia di Montréal o affaristi senza scrupoli della finanza internazionale oppure, ancora, membri di pericolose gang decise a recuperare i soldi, probabili proventi di attività illecite. Il denaro, quindi, al centro, sulla bocca di tutti, senza mai essere precisamente quantificato, si fa coacervo simbolico della corruzione della società. La critica di Arcand non risparmia nemmeno Montréal e il suo presunto alone di rispettabilità. I suoi composti grattacieli e i suoi parchi, angoli ameni, teatro delle passeggiate di Pierre-Paul e Camille, restituiti dall’ottima fotografia di Van Royko, nascondono homeless assiepati in strada, che Pierre-Paul impara a conoscere con il volontariato, e speculatori dalla dubbia moralità, riflesso di contrasti sociali apparentemente incolmabili.

La calibrata sceneggiatura conforta una narrazione lineare in cui le unità narrative sono ben raccordate e distinguibili. Piuttosto che complicare l’intreccio, al regista canadese preme la chiarezza espositiva del messaggio, a costo di una regia silente e asettica ma perfettamente funzionale al risultato. Il film scorre godibile, preferendo la parola, talvolta graffiante, all’azione e strizzando l’occhio, a più riprese, ai toni della commedia, fino al climax del montaggio alternato con Pierre-Paul e gli altri che portano in fondo il piano e la polizia che prepara il blitzTra le ultime sequenze, sfilano i volti di alcuni senzatetto, segnati ma combattivi, tutt’altro che arrendevoli come la morale del pamphlet di Arcand.

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