“CLIMAX” DI GASPAR NOE’

Ogni discorso su Noé si nutre dei pareri contrastanti che lo animano: c’è chi lo odia e chi lo ama. Tant’è che Climax, uscito l’anno scorso a Cannes – alla Quinzaine, non al Palais – prima di arrivare da noi ha già avuto il tempo di tracciare il solco tra i denigratori e i sostenitori. E così, da un lato, stando alla doxa luciferina, si fa una gran fatica a capire i meriti di questa sua quinta fatica cinematografica; e dall’altro, volendo invece dar retta ai suoi adoranti seguaci, il film è il vertice della sua filmografia, l’esempio lampante di un genio cinico ed estatico.

Ma per una corretta analisi serve più contesto e chiarezza. Innanzitutto, stando ai fatti, il film è stato girato in due settimane e senza nessun tipo sceneggiatura. Noé l’ha detto chiaramente – pare anche con un pizzico di fierezza – in un incontro allo IULM che per Climax nessuno aveva un qualche copione in mano: tutto, dice, è uscito così, di botto, in un’esplosione improvvisata e dirompente, lì sul set. Ma a ben vedere l’idea alla base del racconto è archetipica, un racconto originario, boccacciano: dei giovani riuniti che fanno festa, fino a quando la vicenda prende una piega strana. Ora, si aggiunga alla banalità del plot il fatto certo che Noé ha vissuto e frequentato la scena musicale – “underground” solo nel nostro paese pop e puritano – abbastanza da saper applicare quella logline boccacciana all’epoca contemporanea e stiamo sicuri che, nonostante l’aneddoto sull’assenza di copione, al regista francese l’idea di fare un film sull’esperienza collettiva di un trip andato male non sarà certo venuta all’improvviso poco prima di prendere la camera in mano.

Gaspar Noé

D’altronde il punto non è questo. Climax sarà anche un gioco divertito che Noé non vedeva l’ora di filmare; ma è un gioco riuscito nonostante le difficoltà che presentava. Al suo quinto lungometraggio, sostenuto da finanziamenti e da una solida reputazione, Noé ha infatti rischiato l’azzardo producendo un atipico e mai visto musical dell’orrore. Strutturato sinfonicamente, Climax ha una chiara andatura musicale, con un lento iniziale, un tema (cioè quel primo magnifico ballo in piano-sequenza, splendidamente coreografato e benissimo interpretato dagli attori-ballerini – uno splendido Romain Guillermic che ricorda, nei tratti e nella foga, il Denis Lavant del Carax in Pont-Neuf), un crescendo, un rapido e poi la chiusa. Con tanto di pause didascaliche, in cui Noé esprime (un po’ troppo) lapidariamente, a parole, i significati reconditi che dovrebbero sostenere la filosofia profonda del film coreografico – e tornano alla mente i cartelloni affissi poco prima dell’esplosione psicotica nella parte finale della sua opera prima, Seul contre tous: ma lì sembravano più chiari i motivi di una tale rabbia dichiarata, contro il pubblico e tutti i benpensanti; in Climax, invece, il citazionismo apodittico pare più gratuito e meno ragionato.

Un fermo-immagine della scena del primo ballo del film

Oltre alla struttura musicale, a essere ragionata, invece, è l’architettura narrativa: i personaggi sono definiti, le loro parole e i loro passi nel primo atto rimandano alle trasformazioni drammaturgicamente necessarie (in Noé tutto è destino, tutto è fato) nella seconda parte del film techno-nietzschano. E nonostante alcuni espedienti narrativi sembrino servire solo a mantenere alta la concentrazione e a giocare con le attese del pubblico, in realtà sono ben congegnati e abilmente piazzati in precisi punti del percorso, capaci di oliare una messinscena altrimenti troppo sperimentale e inavvicinabile dal grande pubblico. Non si dubita, perciò, dell’arte di Noé, colto e bravo, ma soprattutto furbo e consapevole che basta un poco per fare del cinema un’esperienza straordinaria. Rimane invece il sospetto che il film, più che una sfida seria, sia stato per il regista un gioco, un divertito passatempo per raccontare una storia che gli premeva dentro da troppo tempo. Certo non mancano i concetti e alcune ficcanti analisi dell’attualità (il dionisiaco sopito e represso, i demoni latenti dei più o meno giovani d’Occidente, ecc): ma le origini del discorso filosofico portato avanti sono prese a prestito da altri. Primo fra tutti il Sartre de “l’inferno sono gli altri“, citazione dal testo teatrale il cui titolo (“A porte chiuse“) dovrebbe render chiaro l’apporto sartriano al film di cui parliamo. Rimane la sicurezza che Gaspar Noé sappia esprimere coerentemente a modo suo le parole d’altri: e questa è cosa che, nel cinema, sanno fare solo i grandi.

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