“SELFIE” DI AGOSTINO FERRENTE

Napoli è ormai città cinematograficamente mitologica. La genesi del mito la si deve, è chiaro, a Gomorra. Pietra miliare della metamorfosi napoletana, della sua trasformazione da città mediterranea, farsesca e fiera, a metropoli in mano alla camorra e al degrado, Gomorra sembra aver ridisegnato connotati e simbologia del capoluogo campano: e là dove c’eran Totò e Peppino a far ridere sotto al sole, oggi ci sono ragazzini con la pistola tra le mani. Così, dopo qualche anno in sordina, forse passato a riflettere sugli effetti nocivi di questa trasfigurazione immaginifica (si pensi all’apologia del sindaco De Magistris: “Napoli non è Gomorra. È la città della cultura”), nell’ultimo lustro diversi registi si son fatti coraggio e hanno ripreso il discorso iniziato da Garrone (via Roberto Saviano) e proseguito sulle cronache: per ultimi, oltre all’omonima trasposizione televisiva del capolavoro garroniano, La paranza dei bambini di Giovannesi e questo Selfie firmato Agostino Ferrente.

Lodevole tentativo quello di Ferrente, per lo meno nell’esprimere un punto di vista originale sulla situazione precaria della gioventù napoletana. Il pretesto per raccontare la Napoli periferica – periferia sociale più che geografica: il documentario è ambientato nel Rione Traiano, nella parte occidentale della città – è l’indagine sullo stato di salute del quartiere dopo la morte di Davide Bifolco, sedicenne che lì, nell’estate del 2014, fu ucciso per errore da un carabiniere. L’originalità di Ferrente è dovuta principalmente alla sua scelta di farsi da parte: l’idea è stata di affidare l’indagine a chi quell’omicidio lo visse in prima persona e che quotidianamente affronta la situazione di disagio della periferia che dicevamo. Così la macchina da presa di Ferrente diventa un più amichevole e non spaventevole cellulare che dalle sue passa alle mani di Pietro e Alessandro, coetanei e amici del fu Davide, residenti nel Rione Traiano. I due ragazzi, cellulare in modalità selfie, si riprendono e si raccontano mentre vagano tra le strade affaticanti della Napoli occidentale.

Alessandro e Pietro alla Berlinale

Punta tutto su questo suo mutismo, sulla delega dell’indagine alle voci candide dei due non-attori protagonisti, così aggiungendo un altro tassello al “mega-romanzo sempre in divenire” della nuova corrente cinematografica sulla Napoli disagiata e giovanile – come giustamente sottolinea Alessandro Aniballi su “Quinlan”. Questo il grande merito di Ferrente, di valenza anche teorica, volendo: perché l’umile passaggio di testimone del racconto, da Ferrente ai ragazzi, potrebbe significare anche una messa in discussione della nozione di regista-creatore: socraticamente ammettendo di non-sapere, maieutico nel far partorire immagini sincere (grazie iPhone!, grazie Instagram!) a ragazzi inconsapevoli di possedere autentiche verità, Ferrente riesce a spostare l’attenzione dalla rappresentazione cinematografica del degrado alla sua presentazione spontanea, banale. E questo è bene, perché di sincere banalità il nostro cinema ha estremamente bisogno: assuefatto dalla culturalizzazione ed estetizzazione del degrado, la cinematografia nostrana ha sicuramente da guadagnarci della fresca disadornità della messinscena proposta da Selfie.

Agostino Ferrente

Quel che manca, però, è l’unitarietà, la coesione dell’operazione. Selfie si apre e si chiude con Davide Bifolco, ma tutt’in mezzo di Davide non vi è traccia. Gli accenni all’elaborazione del lutto della famiglia di Davide e dei due ragazzi sono abbozzati, derivativi, mai incisivi; eppure pareva quella la premessa, chiaramente esposta in apertura dallo stesso Ferrente. Il film, in fondo, pare più un casting: casting di ragazzi (non solo Alessandro e Pietro, ma molti altri che si raccontano cellulare in mano), casting di strade (i video di sorveglianza che inframezzano la visione), casting di storie mai ben riprese (quella del ragazzino ammazzato in primis). E qualche casting riesce alla perfezione – soprattutto, come si diceva, per le tangenti teoriche che offre -; qualche casting funziona invece molto meno. E poi i temi sono tanti, forse troppi: l’innocenza, l’amicizia, la polizia, la quotidianità, l’ascensore sociale, la famiglia, la droga, la scuola. E allora pregi e difetti, questo Selfie, sicuramente: ma la direzione che indica è valida, intrigante e rilevante.

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