“143 RUE DU DÉSERT” DI HASSEN FERHANI

«La filosofia del camionista è molto semplice: stai seduto e guardi avanti, ma puoi guardare anche indietro.»

Con questo ricordo di uno dei tanti uomini che hanno incrociato la strada del suo documentario, Hassen Ferhani spiega la realizzazione di 143 Rue du désert, in concorso al TFF nella sezione Internazionale.Doc.

La scelta del soggetto di Ferhani sarebbe già di per sé motivo sufficiente di elogio al film: quella che viene portata sullo schermo è una donna incredibile. La forma è del racconto casuale, dell’incontro: automobili, motociclette e camion passano veloci sulla lunga via che taglia il Sahara; qualcuno si ferma a sostare per qualche momento al bar arrangiato di Malika, la «guardiana del vuoto». In tanti la conoscono. Moltissimi uomini, una sola donna – turista – accompagnano il racconto, rendendosi specchio deforme della vita della protagonista e portando la narrazione in quegli anfratti del suo passato conosciuti durante i loro fugaci incontri. La sua storia viene raccontata per tracce, difficile capire quali siano vere e quali no.

Bizzarro ed affascinante come un documentario riesca a comprendere dentro di sé una genuina dimensione dal leggero tratto metacinematografico: Malika ed uno dei suoi amici improvvisano un teatrino sfruttando la cornice di una finestra. L’anziana donna – portatrice di una saggezza popolare in via di estinzione – si rivela essere non solo protagonista, ma tramite stesso di una interpretazione del cinema del reale: «la gente mente, ma non sa come mentire». Capace di svelare le menzogne altrui con un solo sguardo, Malika è in grado, mentre si muove spontanea davanti all’obiettivo, di essere contemporaneamente artefice di quello che succede dietro di esso.

Tutto è formalmente coerente, sintomo di una riflessione attenta e attuale sul cinéma du réel. Il regista sceglie volontariamente di non allontanarsi dal perimetro della casa di Malika e di osservare lo scorrere del tempo esattamente dalla stessa posizione in cui la donna lo sente scorrere su di sé da anni. Porte e finestre divengono schermo cinematografico: arrivi e partenze sono tutti incorniciati dagli angoli sciupati di quei pertugi senza imposte. Curioso notare come le “sbavature” vengano lasciate senza timore. La voce degli operatori o l’interpellare direttamente la macchina da presa e tutto ciò che dietro di essa non si mostra, divengono tratti distintivi del documentario. Gli slittamenti per riequilibrare il quadro, i cambi di fuoco, i movimenti bruschi della camera sono inizialmente avvertiti come fastidiosi, in un film che sembrava essersi votato alla staticità dei quadri e pareva non curarsi di mutilare corpi e oggetti in favore dell’immobilità. Più avanti diviene evidente la volontà – o addirittura, la necessità – di creare un documento essenzialmente vero, che sceglie attentamente una frazione minima di realtà da mostrare allo spettatore, ma la mostra in tutta la sua incerta verità, che non è fatta di composizioni sempre perfettamente equilibrate e il cui mutamento continuo e inaspettato, alle volte violento, ne costituisce la linfa vitale.

Ada Turco

143 RUE DU DÉSERT (Algeria, 2019, 103’, col.)
regia, sceneggiatura, fotografia Hassen Ferhani
montaggio Stéphanie Sicard, Nadia Ben Rachid, Nina Khada, Hassen Ferhani
suono Mohamed Ilyas Guetal, Antoine Morin
interpreti Malika, Chawki Amari, Samir Elhakim
produttore Narimane Mari, Olivier Boischot
produzione Centrale Électrique, Allers Retours Films

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