“ALGUNAS BESTIAS” DI JORGE RIQUELME SERRANO

In cosa si trasformano sei persone abbandonate su un’isola? A questa domanda vuole rispondere Algunas bestias, secondo lungometraggio del regista cileno Jorge Riquelme Serrano che apre il concorso Torino 37.

Ana (Millaray Lobos), Alejandro (Gastón Salgado) e i due figli adolescenti portano i genitori di lei (gli ottimi Paulina García e Alfredo Castro) su un’isola disabitata per proporre loro il progetto di un eco-resort per turisti, ma quando il custode/tuttofare scompare la famiglia si ritrova in balia del freddo, della mancanza di acqua, senza segnale telefonico.

Nel corso di un weekend emergono tra i familiari attriti e ostilità fino a quel momento repressi, dando inizio a una lenta e crudele disgregazione di un equilibrio già precario. La pellicola trasforma con efficacia un apparente paradiso in prigione, costruendo gradualmente e abilmente una tensione morbosa che però si smarrisce in un finale più incerto che aperto. Il titolo suggerisce che, anche in uno spazio idilliaco, l’isolamento può far emergere il lato bestiale sopito in ciascuno. Il film gioca con l’attesa di scoprire chi siano davvero le bestie, ma la sensazione è che la situazione non sia così chiara da giustificare le azioni e le reazioni dei personaggi.

Il regista ha dichiarato durante la conferenza stampa che alla base del film ci sono i concetti di violenza e di abuso su cui ha lavorato con la Fundación para la Confianza (un’organizzazione no profit che si occupa appunto di aiuto e prevenzione per le vittime di abusi) e che la pellicola è nata dalla volontà di sviluppare una riflessione su un aspetto della società cilena raramente punito, se non tacitamente accettato. Il film però, ricco di tematiche, sembra a tratti allontanarsi dall’obiettivo iniziale, lasciando lo spettatore con più domande che risposte.

La splendida fotografia e alcune coraggiose scelte di regia (tra cui un bel piano sequenza con camera fissa) riscattano però la pellicola, sostenuta anche da una colonna sonora che ben si adatta alla costruzione della tensione. Il film riesce inoltre nell’intento di turbare e far riflettere, sfruttando la forza delle parole per colpire lo spettatore.

Ottavia Isaia

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