“DIE KINDER DER TOTEN” DI KELLY COPPER E PAVOL LIŠKA

L’Alpenrose è un tipico locale stiriano, dove si può gustare l’ottima cucina del luogo e bere litri di birra in un’atmosfera tipica. La cameriera, nonché proprietaria, non è però soddisfatta della sua vita nonostante suo marito, un tipico cuoco stiriano, tenti di consolarla mentre batte bistecche a mani nude, sotto la supervisione di una marmotta impagliata (ovviamente, tipicamente stiriana).

Nel frattempo, nella sala ristorante e nel cortile, la gente mangia, ride, i giovani ballano, i vecchi amoreggiano; solo una madre si lamenta con sua figlia di tutto, inclusa la cotoletta, che dice essere cruda. Nel mezzo di questa gioiosa confusione, all’improvviso, entra nel locale una famiglia palesemente straniera. Non parlano tedesco e la cameriera sa poco inglese. La famiglia dice di avere fame e di aver letto sulla locandina all’esterno del ristorante che lì si può gustare la cucina siriana. Un errore di lettura si trasforma così nell’inizio di un’invasione zombie.

Kelly Copper e Pavol Liška iniziano così Die Kinder der Toten, un’opera oltre il limite del surreale, a partire dalla sua natura di film tratto da un libro che i registi, però, non hanno letto. Come raccontano durante la presentazione, l’idea era di non fare uno spettacolo per il pubblico, ma di realizzarlo col pubblico; gli attori, infatti, sono tutti dilettanti che realmente abitano nel paese in cui il film è ambientato, e che alle riprese hanno potuto dedicare solo un tempo limitato, ragione per cui i registi hanno dovuto continuamente rivedere il piano di lavorazione.

Difficile trovare un termine solo per definire quest’opera: girata come un film muto degli anni ‘20, anche se a colori ne conserva i cartelli (conditi da un’acuta ironia) e la musica d’accompagnamento (anche se il classico pianoforte viene sostituito da ottoni e legni, anch’essi tipicamente stiriani).

Die Kinder der Toten è a tutti gli effetti una parodia totale, un B-movie che si prende gioco di qualunque stereotipo, genere e luogo comune, con un tono irriverente che però non arriva mai a offendere. Ogni argomento è “preso di mira”: dai cult zombie agli sdoppiamenti di personalità, dai drammi esistenziali all’olocausto, passando per i poemi epici scritti da improbabili gruppi etnici.

Un film che strappa risate sempre impreviste, gioca con leggerezza e prende lo spettatore a pesci in faccia, senza mai deriderlo.

Cristina Danini

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