“FRANCES FERGUSON” DI BOB BYINGTON

North Platte, Nebraska, cittadina di 8.000 residenti in cui “tutti conoscono tutti e chiunque conosce chiunque”. Una giovane donna, Frances Ferguson (Kaley Wheless), supplente di inglese infelicemente sposata con un uomo ossessionato dal porno e con una figlia di nome Perfait (sì, “Perfetta”), viene arrestata dopo essere andata a letto con uno studente minorenne. Ma la macchina da presa decide di non colpevolizzarla per questo. Basta già la comunità in cui vive a farlo.

Il film di Bob Byington prende in considerazione un fenomeno che trova largo interesse mediatico negli Stati Uniti, un fenomeno che sconcerta l’opinione pubblica. Frances Ferguson è infatti basato su fatti realmente accaduti, ma riadattato attraverso un’ottica anti-moralista che ne giustifica le scelte stilistiche: dall’umorismo cupo ma succinto alla narrazione con voce fuori campo (quella di Nick Offerman) che non si limita a raccontare la vicenda, ma che ne diventa parte integrante, regalando momenti di sottile comicità.

Dopo la condanna a 14 mesi in prigione, Frances viene seguita dall’inizio alla fine nei suoi sei mesi di libertà vigilata e rieducazione sociale, confrontandosi con la mentalità estremamente conservatrice delle persone che la circondano e norme di genere che evidenziano il patetico maschilismo della società. Decide di abbandonarsi al fatalismo, rifiutando qualsiasi tipo di reazione davanti ai fatti: dal complesso rapporto con la madre, a quello inesistente con il marito, dalle continue diffamazioni per strada, agli attacchi nei suoi confronti dai compagni di terapia di gruppo. Il mondo di Frances si disgrega progressivamente, ma non sembra infelice. Ed è questa sua irresistibile indifferenza sulle tematiche proposte a urtare la sensibilità di chi guarda. O meglio, di chi guarda senza rendersi conto di essere davanti ad una dark comedy, il cui scopo è proprio quello di fare un passo indietro rispetto al gusto mainstream

La domanda che sorge spontanea è se, dalla sceneggiatura cinica al ritmo trascinante, questo fare umoristico possa diventare un’arma funzionale per far digerire ad un più vasto pubblico questioni scomode, o se selezioni inevitabilmente un’audience che apprezzi a priori lo stile utilizzato.

Noemi Castelvetro 

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