“LE RÊVE DE NOURA” DI HINDE BOUJEMAA

Il sogno di Noura (Hend Sabri) è quello di chiudere il prima possibile le pratiche del divorzio per poter finalmente vivere con il suo amante, Lassaad (Hakim Boumsaoudi). La sua vita finora non è stata facile: suo marito è in carcere e ha dovuto crescere i suoi tre figli da sola e al contempo mantenerli lavorando come lavandaia in un ospedale. Nonostante tutto però è felice, è riuscita a emanciparsi, a trovare un suo equilibrio. A romperlo è l’improvvisa scarcerazione di Jemal (Lotfi Abdelli), che rientra prepotentemente nella sua esistenza, sconvolgendola.

Sin dal suo rientro a casa, egli sembra demolire tutto quello che Noura ha faticosamente costruito sino a quel momento: decide di ridisporre i mobili dell’appartamento, interrompe la routine della famiglia, impone i suoi ritmi, i suoi metodi illegali per far fronte alle spese, le sue voglie sessuali alla moglie, restia e anzi disgustata dalla sua presenza. Nonostante la sua repulsione, Noura si trova a doversi confrontare costantemente con lui non solo a casa ma anche sul posto di lavoro e infine nei discorsi con Lassaad. Il loro timore di essere scoperti, infatti, è dovuto principalmente alla natura violenta del marito piuttosto che all’iniqua legge tunisina per cui l’adulterio è un reato, punibile sino a cinque anni di reclusione.

Noura è impotente, costretta a subire gli eventi senza riuscire a controllarli, finendo per sottomettervisi. Il primo segno di arrendevolezza è quando, in bagno, al ritorno del marito, decide di rimuovere lo smalto dalle unghie – quello stesso smalto che in carcere Jemal le aveva rimproverato – e il trucco dagli occhi, come per tutelarsi, ma di fatto annullandosi. Può sembrare un gesto banale, ma nasconde un significato più profondo. La cura di sè, in questo contesto, è un gesto di affermazione personale: al di là del ruolo di madre, di moglie o di amante, lei ha bisogno di affermarsi come donna, come persona.

Per quanto riguarda la messa in quadro, la regista compie una precisa scelta stilistica, ponendo con insistenza la macchina da presa in prossimità dei personaggi, quasi a volerli incalzare. Scelta funzionale alla volontà di sollecitare un’intima partecipazione dello spettatore al dramma che i protagonisti vivono e che traspare dai loro volti, frequentemente ripresi in primo piano. Gli unici momenti in cui la macchina da presa si allontana sono quelli, inenarrabili, della violenza domestica e dello stupro maschile; temi delicati, relegati al fuori campo che sembra smorzarne l’intrinseca crudezza ma che, in realtà, finisce per amplificarla con la forza della suggestione.

Valentina Velardi

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