“SPACE DOGS” DI ELSA KREMSER E LEVIN PETER

È tanto innata quanto audace la spinta dell’uomo verso mondi nuovi. È il vettore che caratterizza l’evoluzione e che dipende dalla giusta combinazione di curiosità, necessità e impudenza: dalla prima scimmia che scese dall’albero al primo uomo che poggiò piede sulla luna. Eppure non serve nessuna speciale propulsione per ritrovarsi a esplorare l’inesplorato, è necessario solo cambiare punto di vista.

Questa è la semplice intuizione alla base di Space Dogs di Elsa Kremser e Levin Peter, in concorso nella sezione INTERNAZIONALE.DOC. Basta osservare le strade della periferia di Mosca con gli occhi di un cane per scoprire l’esistenza di un mondo sconosciuto, che inizia lì dove il nostro svanisce. Sfruttando l’espediente narrativo della leggenda della cagnetta Laika, randagia cosmonauta, come congiunzione tra due universi – quello della conquista spaziale sovietica e quello dei cani senza padrone moscoviti – riusciamo a muoverci agilmente tra le inedite immagini d’archivio del Soviet Space Program e le atmosfere crepuscolari che accompagnano il peregrinare dei cani randagi.

Se da un lato iniziamo a sentirci talmente parte del branco che quasi non ci annoia la staticità di alcune sequenze e neppure c’infastidiscono le scene più crude; dall’altro, mentre osserviamo vecchie immagini di randagi che affrontano la crudele preparazione verso la conquista del cosmo, ci ritroviamo a provare più rispetto che pena, finendo per considerarli come veri e propri eroi.

Interessanti i riferimenti alle storie degli altri due animali nello spazio, che però risultano forse troppo scollati dalle linee narrative principali, le quali convergono, invece, in maniera fluida e ben guidata dalla voce narrante, in un incubo comune. Space Dogs non è un film per amanti dei cani né per appassionati del cosmo; non è necessariamente documentario, non è assolutamente finzione. È un’indagine brutale che sfrutta un tono da favola e attinge a un immaginario onirico per disegnare un’orbita precisa: un percorso alternato che ci fa fluttuare insieme ai relitti spaziali fino a precipitare tra i derelitti delle periferie.

La destinazione finale? È una grigia considerazione: solo sforzandoci di uscire dalla prospettiva antropocentrica ci rendiamo conto che l’eredità che stiamo lasciando non è nulla più di un boccone avvelenato.

Laura k. Barbella

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