“STARFISH” DI A.T. WHITE

La sensazione che si prova nel perdere una persona cara è quella di rimanere soli al mondo, di essere gli unici in grado di capire il dolore. Per Aubrey (Virginia Gardner), oltre al dramma della morte della sua migliore amica Grace (Christina Masterson), si aggiungono i sensi di colpa per non esserle stata accanto negli ultimi momenti della sua malattia. Il rimorso, appunto, la spinge a forzare la porta dell’appartamento dell’amica e a trascorrere lì la notte dopo il funerale. Al suo risveglio il villaggio è deserto, silenzioso in un modo anormale. In strada alcune valigie abbandonate sulla neve, rottami metallici, scie di sangue.

Una creatura attacca Aubrey che trova rifugio in casa e viene soccorsa da una voce in radio che, tramite la trasmissione di un segnale, riesce a mettere in fuga la creatura. La voce spiega a Aubrey che la popolazione mondiale è messa in pericolo da un’invasione aliena sulla quale Grace aveva scoperto qualcosa: Aubrey è l’unica che può indagare e tentare di salvare il mondo.

Scopre quindi che Grace ha nascosto, come una sorta di testamento, sette audiocassette che contengono il segnale in grado di liberare e salvare il mondo. Le cassette, una volta riunite, rivelano un ulteriore messaggio: “forgive and forget“, interpretabile come “perdonati e dimentica”. È quello che Aubrey fa. Nel tentativo di liberare la Terra dagli alieni, avvia la riproduzione dei segnali. Una nuova voce dalla radio l’avverte: “Non hai chiuso il passaggio. L’hai aperto”. Aubrey comprende. E si lascia andare. Entra nell’enorme cupola di energia che ha aperto e parte per un viaggio metafisico in cui il bianco e nero si alterna a giochi di luce e formati di ripresa amatoriali: il passaggio per uscire dal senso di colpa.

Starfish – opera prima di A. T. White – ha il pregio di mescolare generi e stili (da riprese amatoriali all’animazione), ma non è privo di difetti: su tutti il fatto di attingere da un immaginario fantascientifico già consolidato (l’alieno è molto simile allo Xenomorfo di Alien) e di aprire parentesi narrative poco chiare, come la scena metacinematografica in cui Aubrey si ritrova sul set di un film intitolato Starfish.

È un film non immediatamente afferrabile di cui questa è solo una delle tante chiavi di lettura possibili. Un’opera metaforica che materializza il senso di colpa nel corpo di una figura aliena e pericolosa, in grado di uccidere se non controllata. Per vincerla è solo questione di sapersi perdonare, e andare avanti.

Giacomo Bona

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