“VITALINA VARELA” DI PEDRO COSTA

Creature che si muovono nell’oscurità, alcune zoppicando, altre camminando ritte sulle gambe. Creature che vivono in quelle che parrebbero le vestigia di una città antica. Creature che non parlano, ma agiscono e basta, alla stregua di animali. Creature che, una volta trafitte da raggi di luce che entrano solo attraverso spiragli e pertugi, ci appaiono finalmente per quello che sono: esseri umani, per lo più maschi.

Tuttavia, non è da ricercare in mezzo a loro la protagonista del nuovo lungometraggio di Pedro Costa: lei viene da lontano, plana letteralmente nella realtà raccontata poc’anzi. Una realtà che, al di là degli echi orrorifici a cui fa richiamo, è nei fatti totalmente riconducibile al nostro presente: si tratta del quartiere disastrato di Fontainhas, a Lisbona, per lo più abitato da immigrati capoverdiani. E capoverdiana è anche la protagonista, Vitalina Varela. Il personaggio ha lo stesso nome dell’attrice che la interpreta, e ne condivide la vera storia: ha 55 anni ed è giunta in aereo a Lisbona per dare l’estremo saluto a Joachim, suo marito, immigrato in Portogallo venticinque anni prima. Tuttavia, l’uomo è stato seppellito tre giorni prima dell’arrivo di sua moglie e Vitalina, troppo povera per permettersi un biglietto di ritorno, non ha altra scelta che soggiornare nell’abitazione fatiscente di Joachim a Fontainhas. E sarà qui che i fantasmi del passato torneranno a farle visita.

Sono numerose le tematiche affrontate da Costa nel suo film: l’amore e i suoi meccanismi distruttivi; la povertà fatta di disincanto e incomunicabilità; la progressiva scomparsa della fede. E in questo mare in tempesta troviamo Vitalina, figura Christi e insieme novella Antigone, osteggiata da tutti tranne che da un anziano e devoto sacerdote, venuta a riportare serenità nel quartiere. Per farlo, dovrà essere pronta al sacrificio supremo: perdonare Joachim, l’uomo che l’ha abbandonata in solitudine nella loro casa sulle montagne di Capo Verde; che l’ha costretta a vivere da sola una vita fatta di fatica e miseria; che l’ha tradita con altre donne, affezionandosi infine a una che, per ironia della sorte, portava il suo stesso nome. Ma Vitalina sarà ben presto costretta a capire che “senza l’amore non funziona niente”, per dirla con le sue parole. E dunque, con l’aiuto del sacerdote, disseppellirà il cadavere del marito dalla foresta in cui era stato abbandonato e gli donerà degna sepoltura in un cimitero, guadagnandosi così il rispetto degli abitanti di Fontainhas.

Raccontata con un’essenzialità che va dal copione, di poche ma potenti battute, alla regia, in cui dominano inquadrature fisse e una fotografia dai toni caravaggeschi, la parabola di Vitalina Varela è un perfetto racconto di amore e rabbia, di odio e comprensione, di dolore e perdono. Un film che ci ricorda quanto possa essere catartico riuscire a fare un passo indietro, anche dopo tanto tempo, e guardare anche agli episodi più spiacevoli della nostra vita con uno sguardo nuovo.

Alessandro Pomati

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