“IL DIRITTO DI OPPORSI” DI DESTIN DANIEL CRETTON

Monroeville, Alabama, fine anni ’80. L’afroamericano Walter McMillian (Jamie Foxx) viene condannato alla pena capitale per l’omicidio, mai commesso, di una donna bianca. L’ avvocato Bryan Stevenson (Michael B. Jordan), neolaureato a Harvard, si interessa alla vicenda e, grazie al supporto della collega Eva Ansley (Brie Larson), decide di aiutarlo a uscire dal braccio della morte.

Il giovane è un ingenuo ottimista che crede in una “Legge uguale per tutti”, ma è costretto a scontrarsi con la realtà di un sistema giudiziario corrotto che “preferisce un bianco ricco e colpevole a un nero povero e innocente”.

Il film è basato su una storia vera, raccontata dallo stesso Stevenson nel suo libro Just Mercy. Il racconto prende corpo in Alabama tra la fine degli anni ’80 e l’inizio dei ’90, ma si tratta di una storia senza tempo, che risulterebbe credibile anche se si svolgesse nel 1950 o nel 2020. Più volte gli stessi personaggi ricordano che Monroeville è la città a cui si è ispirata Harper Lee per Il buio oltre la siepe: un modo ironico per sottolineare come i valori di uguaglianza e rispetto auspicati nel romanzo, siano ancora utopia nell’America di oggi.

Il film di Cretton evidenzia quanto il razzismo, la discriminazione e l’ipocrisia pervandano tutti i livelli della società statunitense, ma lo fa avvalendosi per lo più di cliché, come quello dei poliziotti bianchi che fermano un automobilista nero solo per umiliarlo. Tuttavia, il film riesce a colpire lo spettatore, trasmettendogli il senso di rabbia e frustrazione provato dai protagonisti della vicenda. La regia e il montaggio privilegiano l’uso dei primi piani e del campo-controcampo per esaltare le performance degli attori, su cui spicca quella di un cinico e disilluso Jamie Foxx.

Il film intende dare voce alla comunità afroamericana, assumendone il punto di vista. La scelta è di per sé condivisibile, ma si trasforma in un’arma a doppio taglio quando diventa esclusiva. Il risultato è una narrazione che si appiattisce man mano che procede, descrivendo una realtà bidimensionale e semplificata, in cui tutto è ridotto al dualismo bianco cattivo/nero buono. Nel tentativo, giusto, di denunciare un pregiudizio, ne viene espresso un altro.

Il finale è come un urlo rabbioso, che esprime l’urgente desiderio di cambiamento in un paese, ma anche in un mondo, in cui ancora si accetta che una persona venga condannata solo per il colore della sua pelle.

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