“HOLLYWOOD” di Ryan Murphy

Partiamo dal presupposto che Ryan Murphy non sa stare con le mani in mano: è dal 1999 che su qualche canale TV – e ora sulle piattaforme on demand – è possibile imbattersi in una delle tante serie che ha prodotto. L’hai trovato per caso nello zapping da seconda serata con Nip /Tuck e hai spulciato i siti di streaming pirata per scoprire i retroscena della faida tra Bette Davis e Joan Crawford; l’hai maledetto quando non riuscivi a dormire dopo una puntata di American Horror Story e hai cercato conforto nelle canzonette in playback del Glee club. E così continuerà a essere, perché nel 2018 ha firmato un accordo da trecento milioni con Netflix che lo lega alla piattaforma per cinque anni. 

Hollywood è la sua nuova miniserie che racconta le vicissitudini di attori, sceneggiatori e registi che rincorrono la fama sotto al sole della California del secondo dopoguerra. Ciò che accomuna questo gruppo di cercatori di gloria è quello di collocarsi, per un motivo o per un altro, ai margini della società: sono asiatici, neri, omosessuali, donne e sognatori arrivati dalla provincia.

Potrebbe essere la ricetta perfetta per una serie di successo: uno straordinario buffet di tutti quei personaggi che Murphy ha sempre amato raccontare, servito in un’ambientazione sognante, dalle tinte abbronzatissime e abbaglianti – come i flash dei fotografi puntati sulle star. Quello che ne viene fuori, invece, alla fine, è paragonabile a quando ti lasci prendere la mano con il sushi all-you-can-eat: la serie la vedi perché è lì e tu sei chiuso a casa – così come gli osomaki che ingurgiti perché non puoi lasciare avanzi.

Raymond Ansley (Darren Criss) è un regista mezzo filippino che cerca di girare un film la cui protagonista è la sua compagna afroamericana Camille (Laura Harrier) – nella pellicola fidanzata con un bellissimo bianco (David Corenswet) – e, già che ci si trova, vorrebbe anche scritturare un’attrice asiatica sul viale del tramonto. La sceneggiatura la scrive Archie Coleman (Jeremy Pope), che però si oppone all’idea della pellicola inclusiva perché ci tiene a dimostrare che un omosessuale di colore sia in grado di scrivere storie per bianchi. Tra uno spietato Jim Parsons (nei panni di Henry Wilson) che nell’intimità si traveste da Isadora Duncan, una Queen Latifah che, come Hattie McDaniel, piange dietro le quinte della cerimonia degli Oscar, una Mia Sorvino che, anche se un Oscar ce l’ha davvero, fa l’amante del big boss degli Ace Studios (Rob Reiner); troviamo poi un disilluso Dylan McDermot (nella serie Scotty) che gestisce un bordello camuffato da stazione di servizio, un magnifico Joe Mantello (il produttore Dick Samuels) che trova il coraggio di uscire dall’armadio e rivendicare la sua posizione nella major, insieme alla rediviva Patti LuPone (Avis Amberg ) che si siede al posto del marito conservatore – maschio bianco eterosessuale ricco – e rivoluziona il panorama cinematografico dell’epoca. 

E poi ancora ricatti, prostituzione, tradimenti, croci infuocate e ku-klux-klan, amori che sbocciano a dispetto di ogni imposizione culturale… insomma a Hollywood succede di tutto, davvero. Anche troppo. Decisamente troppo.

L’indigestione che Ryan Murphy riesce a farci venire in sette puntate la senti ancora più forte, come un cazzotto sul fegato, quando ti rendi conto che tutto quello che hai appena visto è un what if ipercalorico e zuccheratissimo che rivela un’amarissima verità: nemmeno nel 2020 il mondo del cinema è così inclusivo come quello che creano Dick e Avis in questa favola anni ’50.

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